Donne in vista/Notizie

Cristina Gamberi e il suo video sul femminicidio

di Fabrizia Bergamini Curti

Cristina Gamberi e’ una ricercatrice dell’ Università di Napoli. Si occupa di “Studi di genere” e ha postato su Internet un video che merita, io credo, la nostra attenzione.


Il video denuncia molti aspetti che riguardano il femminicidio e la violenza in generale sulle donne.

Oggi vorrei mettere a fuoco un aspetto in particolare tra i tanti evidenziati nel video, quello di voler creare una nuova immagine della donna che subisce violenza. Purtroppo la donna viene sempre vista come vittima passiva di un aggressore che comunque in qualche modo la stampa, con messaggi più o meno subliminali giustifica come atti di follia o di amore folle. La prospettiva dell’uomo e’ sempre riportata a meno che non si tratti di extracomunitari, unico caso in cui il volto dell’aggressore e’ evidenziato e il suo punto di vista non considerato.

Le donne sono “invisibili” nelle immagini proposte dalla stampa, spesso il loro viso non si vede. Si vede un corpo “stropicciato” dalla violenza.

Quello che si propone tra le altre idee del video e’ un totale ribaltamento dell’immagine della donna a cui farà seguito anche una diversa presa di coscienza dell’atto criminale, che non può essere giustificato in nessun modo.

Credo che sarebbe anche interessante rivedere il nostro atteggiamento nei confronti della donna che ha subito violenza.

Ritengo che sia necessario ritrovare anche qui tutti i concetti di resilienza, così cari alla psicopedagogia moderna, per ribadire che una violenza se rielaborata nel modo giusto, con strumenti corretti non è un segno indelebile nella vita di una donna.

Questo immaginario della donna “perduta” dopo una violenza subita deve cambiare se vogliamo diventare soggetti attivi e non oggetti passivi di un altro tipo di violenza legato a immagini stereotipate di “vittima per sempre”.

La violenza subita deve diventare, a mio parere, da un segno di debolezza a un segno della nostra forza: il segno della nostra fortuna nell’essere sopravvissute e della nostra volontà e decisione per trasformarla in un’altra freccia nel nostro arco, anziché una condanna di infelicità eterna, che spero non debba più esistere nell’immaginario collettivo e nella nostra mente.

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