Donne in vista/Notizie

Il Grido delle Donne

++ THYSSEN: PROTESTE IN AULA DOPO SENTENZA, 'MALEDETTI' ++

di Fabrizia Bergamini Curti

Le donne gridano, soprattutto le latine. Sgridano i figli, talvolta urlano con il marito, si arrabbiano con i genitori,
gridano quando partoriscono. Quello, a mio parere, è l’urlo più bello, quello del dolore e della potenza, della natura che genera e del coraggio nel poi decidere dopo qualche tempo di avere un altro figlio. Urlano poi di dolore, di un dolore cieco e assurdo come quello che è nato da una sentenza, che io credo ingiusta, quella della ThyssenKrupp del 20 febbraio e ancora per l’incidente avvenuto dopo pochi giorni all’Ilva di Taranto, in cui muore un operaio di 44 anni e uno rimane ferito gravemente.

Ci sono sempre donne che gridano il loro dolore, insensato perché senza senso è morire per lavorare senza che siano rispettate le regole sulla sicurezza. Io credo che siano le donne, sempre in primo piano nei processi o nelle fabbriche, che esprimono così platealmente quello che provano perché il valore della vita è nelle loro viscere. Le donne conoscono le fatiche della crescita di una persona con un lavoro quotidiano, in gesti che si svolgono per anni perché un cucciolo d’uomo si trasformi in un adulto responsabile. Accudire, nutrire, coccolare, curare nella malattia, istruire, gesti che sono sempre più della coppia genitoriale ma che ancora oggi le donne svolgono maggiormente. Ecco perché il loro dolore e’ in questi casi ancestrale, ancorato nel corpo oltre che nell’anima.

Nella sentenza della ThyssenKrupp c’è stato poi un grido terribile, qualcuna ha detto “maledetti”.  Alcuni giornali si sono scandalizzati per queste parole, a loro parere, dette fuori luogo. Io le trovo invece un modo per esprimere la rabbia che scaturisce da un torto gravissimo subito. Vedo purtroppo nel loro parlare, alcune volte, un forte dialetto, la capacità di avvocati Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, che nella lingua  imperfetta di queste donne riescono a far passare dietro la facciata della legge incredibili nefandezze. È difficile poi razionalizzare la propria rabbia per un torto che si sa chiaramente di aver subito, anche se non si riesce a verbalizzarlo, poiché celato dietro il linguaggio legale, incomprensibile alla maggior parte di noi.

Ecco perché credo che nelle donne, in queste donne che cercano di ribellarsi all’ingiustizia subita, ci sarebbe una grande forza per cambiare questo paese. Una forza che va chiaramente indirizzata e incanalata nel modo giusto. Chissà, io spero che tra le loro figlie, che hanno vissuto sulla loro pelle questi drammi, ci sia qualcuna che in un futuro vicino sappia trasformare la rabbia e la disperazione in un cambiamento concreto. Spero che tra di loro ci sia un futuro politico o un avvocato che cambierà le leggi e il sistema paese, rendendolo più giusto da un punto di vista femminile, che sappia cioè coniugare la concretezza ma anche l’umanità nel senso più  olistico possibile.

Credete che dovremo aspettare a lungo? Io credo, spero di no.

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One thought on “Il Grido delle Donne

  1. Domanda: ma quali sono i giornali che si sono scandalizzati? Io ho letto parole di compassione e stupore (per la sentenza). Ovviamente non ho letto tutti i giornali.
    Rispondo con questo articolo: http://www.repubblica.it/politica/2013/03/04/news/giornali_maiali-53832517/
    “Ora io non so quale giornale si sia espresso in questi termini (probabilmente il bollettino dell’azienda stessa): tornando indietro col mouse, trovate articoli molto attenti al dolore dei familiari, fotografie e video che fanno venire gli occhi lucidi, insieme a una serena riflessione sull’importanza “storica” di quel verdetto. Ma […] è molto più semplice e popolare sparare nel mucchio.”
    Generalizzare, secondo me, fa un torto a tutte: alle donne, che non sono tutte uguali e non tutte sentono la vita nelle viscere, agli uomini, che conoscono il valore della crescita quotidiana o lo conoscerebbero se fosse dato loro uno spazio, e ai giornali, che tanti problemi hanno, ma non sbagliano sempre e comunque.

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