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Donna di corsa I – Guarda come corre!

Alexandra Heminsley

Mi ritrovo tra le mani questo articolo che parla di Alexandra Heminsley e del suo libro “Running like a girl” (“Correre come una ragazza”) sul Sunday Times Magazine e lo leggo tutto d’un fiato, sì,  proprio come se bevessi un bicchiere d’acqua.
Alexandra racconta la sua storia con una chiarezza e un limpidità incredibili. Inizia con un “Vorrei essere capace di correre” e continua raccontando la sua storia di adolescente con un corpo che si trasforma e che non rispetta più le sue aspettative; ci parla di un corpo che cambia troppo velocemente rispetto alla sua intelligenza emotiva e a cui non riesce più a stare dietro. Quindi per molti anni lo abbandona a se stesso, diventando la ragazza tutta cervello ma la sofferenza è tanta anche se nascosta dietro il suo intelletto. Alla fine siamo fatte di anima e corpo e il corpo non ascoltato grida i suoi bisogni. Lascio a lei la parola perché spiega meglio di chiunque altro quello che prova e che probabilmente non è l’unica a sentire.

“Segretamente, nonostante tutto, sapevo di aver perso qualcosa che amavo molto. Quella connessione tra me e il mio corpo e il divertimento che avevamo provato insieme, era scivolato come sabbia tra le mie dita.”  Come spesso capita però la sua decisione di cambiare qualcosa dopo vent’ anni incontra la scetticismo delle persone che le volevano più bene. Prende la decisione di correre la maratona di Londra e prepararsi per questo nonostante il suo sovrappeso e la sua totale mancanza di atleticità. Deve fare leva solo sulle sue forze poiché nessuno crede che ce la possa fare.
Contraddice tutti, corre dopo quella molte altre maratone e il rapporto con il suo corpo cambia completamente. Non solo: riesce da una sua evidente fragilità a tirare fuori una forza, una auto riflessione su se stessa e sul suo rapporto con il corpo, con il cibo e con il mondo ma scrive anche un libro che è un grande successo e quindi riesce a trasformare tutto il lavoro fatto su se stessa in una possibilità di guadagno e di visibilità per altri futuri progetti.

Trovo la sua storia bellissima e spero che tutte voi vi ritroviate nella sua voglia, tipicamente femminile, di scavare dentro di sé e trasformare le proprie debolezze in punti di forza seppur con tanta fatica.
Mi chiedo dove stia l’errore e dove si sia creato il punto di rottura per alcune di noi (fortunatamente non tutte) tra il corpo e la mente.
Odio dare la colpa alla società  e credo che la responsabilità individuale venga prima di tutto; resta però innegabile il fatto che almeno negli ultimi vent’anni la pressione intorno al corpo della donna sia diventata enorme.

Prendo due esempi dagli ultimi numeri del Sunday Times. Intervistano un’attrice di teatro, capace. Parte dell’intervista è dedicata alla sua magrezza; nelle foto che la ritraggono c’è chiaramente la sua pancia piatta, nonostante un figlio. Ma ve lo immaginate un’intervista a Jack Nicholson in cui evidenzia la sua pancia?

Secondo esempio. Sempre dal Sunday Times: intervista a una scrittrice molto impegnata. Leggo i temi dei suoi racconti, in cui parla della morte del fratello per obesità e di molti altri argomenti che mi sembrano interessantissimi. Macché! Buona parte dell’intervista è dedicata al suo allenamento quotidiano e al fatto che sia magra e che sembri molto più giovane della sua età. Mi è sembrato veramente un affronto alla nostra intelligenza e un continuo ribadire la centralità di un corpo, osservato e pesato in modo morboso, per decidere se è grasso o magro, invecchiato o giovanile, mentre credo che in questi casi l’accento dovrebbe essere messo altrove. In alcuni casi il corpo proprio non dovrebbe contare nulla. Oppure dovremmo chiederci se un corpo è sano e se ci rende felici e se ci rappresenta: ma secondo i nostri schemi, non secondo gli schemi dettati da mode o da folli messaggi di una società chiaramente malata.
Nel frattempo il tasso di obesità nei paesi occidentali continua a crescere, nonostante la stampa continui a esibire pance piatte. Questo problema sta diventando un’emergenza sociale anche per i costi sanitari che ha ed avrà.
Ecco, io credo che la storia di Alexandra sia una buona storia per tutte noi, una storia di forza interiore, di capacità di reinventarsi andando oltre a tutte le aspettative e agli sguardi degli altri, che talvolta ci dicono che non ce la potremo mai fare.

Ma chi lo ha detto questo?

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