Esperienze

Teoricamente femministi

Ricevo una mail, l’ennesima petizione online contro la violenza sulle donne in India, la firmo. Poi mi fermo a pensare: no, non conosco una persona di sesso maschile che non disapprovi la violenza sulle donne, che non abbia commentato come barbarie certe notizie che ci arrivano dal resto del mondo, ma anche dall’Italia.
L’altro giorno ho parlato di donne e discriminazioni con una mia amica straniera.
Ho parlato di quante discriminazioni ci siano ancora nei confronti delle donne, anche qui in Germania, dove in teoria ci dovrebbe essere una più affermata eguaglianza fra i sessi e tolleranza.
La mia amica a un primo momento si era mostrata scettica sul termine “femminismo”, poi però mi riporta il caso di sua figlia che a un primo colloquio di lavoro viene letteralmente tartassata da domande personali e irritanti – “Sei una ragazza, perché non vuoi fare l’insegnante, invece di fare la venditrice?” Così, non senza acrobazie linguistiche, evito il termine “femminismo” ma le chiedo: “Se fosse stato un ragazzo, le sarebbe stato riservato lo stesso colloquio?”
Evidentemente no. E qui ci troviamo d’accordo.
Eppure la selezione per il posto era aperta a uomini e donne – come ogni selezione lavorativa. Sulla carta le donne hanno le stessa possibilità lavorative, in Europa, e soprattutto qui in Germania.

Mi capita poi di leggere il caso riportato da una mia conoscente, G. di Pisa che dice:
“Vado alla biblioteca e, mentre cerco l’ingresso provvisorio dato che la scala è in restauro, vedo una coppia, seminascosta ai piedi delle scale. Lui è incazzato le alza le mani, gridano e inizia a spingerla con violenza verso il muro. Io tiro fuori il telefono e gli grido outloud di smettere subito perché sto chiamando la polizia. Lei se ne va via, come una che si nasconde, silenziosa, lui inizia a prendersela con me. ‘Signora’ mi dice con tono pieno di scherno ‘lei dovrebbe farsi i fatti propri, sarebbe meglio’ e ancora ‘lei non sa come sono andati i fatti. Lei ha dato una ‘labbrata’ (sic) a me!’. E gridando verso di me, se ne scappa in direzione di dove era prima sparita lei. Ora io vi dico, sarò stata l’unica a vedere la scena all’inizio, ma dopo ho alzato la voce per attirare l’attenzione. Non c’è stato un ‘uomo’ degno di questo nome, un uomo che intervenisse. Tutti guardavano, nessuno diceva niente. Dopo mi si è anche avvicinato uno, curioso di sapere com’era andata.”
Strano, è successo qualcosa di simile anche a Lipsia, ora che mi viene in mente, qualche mese fa. Già, il caso della studentessa diciassettenne malmenata brutalmente in pieno centro, a una fermata del tram, mentre nessuno dei presenti è intervenuto.
Se fosse stato un ragazzo, gli aggressori si sarebbero accaniti con la stessa foga? Non è dato sapere, anche se, a naso, ho i miei dubbi.
“Con gli aneddoti non si fa la storia”, mi sembra di risentire un mio professore universitario. Vero, ma gli aneddoti – per quanto in apparenza così poco apparentati fra loro- indicano una tendenza attuale palpabile.
Facciamo un gioco: vogliamo provare a trovare la tendenza che unisce quelli che vi ho raccontato?

Vi dò un piccolo aiuto, partiamo da “sottomissione e violenza di genere accettate nel quotidiano”.

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8 thoughts on “Teoricamente femministi

  1. Certo che siamo tutte e tutti contro la violenza.
    Ma per seguire il filo di questa discussione : una volta evidenziata la sottomissione.
    Davvero riusciamo noi donne a identificarla e neutralizzarla?
    E’ ben questo il problema : fino a quale livello abbiamo interiorizzato una cultura maschilista, matrona e dominante che annulla e neutralizza come puo’ il libero arbitrio della donna, sia esso sessuale, di realizzazione nel lavoro, di credo politico o religioso ?
    Siamo figlie innanzitutto delle nostre madri : primo paradosso da superare.
    Madri che spesso ci hanno teneramente cresciuto e protetto nei valori dominanti : verginità, sottomissione e necessità di buon Matrimonio, realizzazione unica e totale nella Maternità, massima espressione che puo’ essere permessa ad una donna.
    Per il maschio i valori sono gli stessi : la differenza è che lui è considerato comunque un privilegiato : e la società nel caso la Famiglia non bastasse, fa di tutto per rircordarglielo.
    Anche le madri lo sanno, e riconoscono il Sistema, e lo riproducono nelle loro figlie…almeno cosi’ era per la mia generazione di cinquantenne.
    Quindi nella discriminazione attiva e diretta che agisce contro le donne, paradossalmente ci sono proprio altre donne a perpetuarla.
    Care donne : a che punto siamo? Davvero ci conosciamo cosi’ bene?
    La mia esperienza di espatrio, a Parigi da quasi vent’anni mi ha dato la certezza che esistono “altre” donne.
    Donne che hanno avuto il coraggio di costruirsi, pezzo per pezzo la propria identità.
    Un identità NON costruita con immagini, personaggi fabbricati artificialmente altrove(media, pubblicità, religione…) ma una identità a prova di vita, a caccia di una propria integrazione secondo le proprie aspirazioni di essere umano, donna, cittadina.
    Non si puo’ quindi difendere la macroscopica discriminazione che viene regolarmente perpetuata contro le donne, in Italia piu’ che in altri paesi che conosco, se non si parte da un’idea ben precisa della donna che si è.
    Simone de Beauvoir riassunse in poche parole questo concetto nella famosissima frase “donne si diventa, non si nasce”.
    Voilà il vero atto di coraggio che ci chiede la vita : quello di sapere chi si vuole essere. E di esserlo : costi quello che costi.

    Cara Anna, cara amica , piacevole donna con piacevolissimo cervello pensante, che rispetto e cerco di incontrare perchè stimo ed ammiro: sicuro che sono contraria alla violenza da chiunque sia essa perpetuata.
    Ma spero che le donne si sforzino innazitutto di cercarsi, identificarsi con il proprio nucleo piu’ profondo e che lo liberino da convenzioni, paure, retaggi di un’educazione che non ha saputo renderle veramente libere, ma soggette facilmente ai dogmi dominanti.
    Il mio essere donna, non è essere “femminista” :parola che scomunica piuttosto che comunicare. Non è una lotta tra i sessi, ma una costruzione dell’essere continua ed una sua pacata e costante affermazione attraverso scelte ed opinioni che ne caratterizzano la personalità.
    Il bello dell’essere? E’ che stimola i propri inerlocutori ad essere altrettante persone, e non immagini riprodotte di “altri”.
    E questo è un messaggio davvero universale.

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    • Carissima Flavia! Lo sai quanto sia un piacere leggere i tuoi commenti sempre cosí puntuali. E´vero, si deve partire dalla consapevolezza di sé, di voler essere quello che si è, costi quel che costi. Non si potrebbe dirlo meglio.

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  2. C’è qualcosa che non quadra nella questione aperta tra il maschile e il femminile, di profondamente e culturalmente sbagliato, soprattutto per quanto riguarda la violenza di genere. Un qualcosa che invece di avvicinare al problema, allontana.

    Credo sia il linguaggio.

    Un linguaggio che usa troppe parole, spesso inutili e fini a se stesse, che strumentalizza la donna, che si ritrova a essere vittima due volte, dell’atteggiamento patriarcale maschilista e della comunicazione.

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    • Cara Donatella, è vero, è una questione di linguaggio – ma il linguaggio è il pensiero. Finché ci saranno pensieri discriminatori, che danno per scontati gli “stereotipi sessisti”, è chiaro che il linguaggio non potrà far altro che esprimerli. Si può tentare appunto di contrastare questa attitudine, pretendendo che il linguaggio con cui si parla a una donna venga cambiato – che certi termini, certe espressioni, certe modalitá non vengano adoperate nei nostri confronti. Chissà che modificando il linguaggio appunto, non si riesca a modificare il pensiero che lo forma.

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  3. (hei considera questo, è lo stesso post di prima, ma corretto di un paio di refusi)
    Ciao.
    Intanto bel pezzo. Questione spinosissima e ingarbugliata quella da te sollevata, e io soluzioni non ne ho, se non il compito che mi sono autoimposta di osservare la realtà, di osservarmi, e scegliere di giorno in giorno la donna che voglio essere e le persone che voglio frequentare, ivi compresi questi uomini che amo e odio al contempo e che “in parte” (e sottolineo quell’”in parte” perché non voglio assolverli in alcun modo) continuano a farci violenza anche perché noi donne glielo consentiamo, schiave noi stesse di una cultura, di una mentalità a misura di maschio che si esprime nelle più piccole cose.
    Un esempio.
    Condivido l’appartamento con una ragazza che da poco si è fidanzata con un ragazzo apparentemente molto gentile e carino nei modi. Però a me la vita ha sviluppato antenne molto sensibili agli uomini possessivi e – forse perché sono al di fuori della loro relazione – non posso evitare di vedere nelle premure, nelle attenzioni e negli ostentati gesti di generosità di questo ragazzo, il desiderio di controllarle la vita. In nemmeno di un mese di frequentazione, lui le consiglia di cambiare la macchina perché non è abbastanza figa, una macchina che va ancora benissimo.
    Lui la chiama alla mattina presto appena sveglia e poi prima che lei entri al lavoro, nemmeno un’ora più tardi; una mattina lei si dimentica il cellulare a casa, e lui che fa? Comincia a chiamare ossessivamente me e, non trovando risposta,chiama in ufficio, dove finalmente riesce a dirle “Buon lavoro amore”. La sera, a casa, provo a dirle con una battuta che lui deve darsi una calmata, ottenendo come risposta solo un sorriso.
    Qualche giorno più tardi, dopo un pranzo a casa nostra, la caffettiera è sul fuoco. Io sto trafficando assieme alla mia coinquilina sul suo cellulare da una parte del tavolo, lui è dall’altra parte e ci osserva. Ad un certo punto il caffè esce, è pronto, il gas deve essere spento. Lei è concentratissima sul cellulare e non se ne accorge, e allora lui – con fare gentile eppure risoluto – la richiama al dovere, il dovere di servirlo, dicendole: “Amore, il caffè! E’ pronto”. Al che lei lascia il cellulare, si alza come un automa e serve il caffè a tutti, col sorriso. Io assisto a questa scena vigile e muta, per nulla intenzionata a intromettermi nella dinamica della coppia. E mentre rabbrividisco, immagino la stessa scena inalterata, tra vent’anni.
    ecco, quello che voglio dire è che lui è tremendo, e solo a sentirlo nominare soffoco.
    Ma lei, la sua acquiescienza più o meno inconsapevole, non è meno tremenda.
    Lei non è meno responsabile di quella che secondo me è una vera e propria violenza, per quanto mellifulamente contraffatta da gesti di affetto o presunto tale; lei ne è responsabile in quanto non la riconosce, la subisce e la giustifica con il sorriso, perché rientra nel gioco delle parti.
    Ovviamente la storia della mia coinquilina è anche la mia storia, e tutte quelle donne che che danno credito a chi vuole cambiarle e tenta di imporre loro determinati comportamenti in nome di un amore che amore non è.
    Noi sbagliamo per prime, non gli altri, perché noi non ci conosciamo, non ci rispettiamo, non ci amiamo.
    Ecco, spero di essere riuscita a spiegarmi.

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    • Ciao Pollygianda! Grazie per averci messo a parte di questo ennesimo esempio di “sottomissione” della donna nel quotidiano. E’ verissimo quello che dici: dobbiamo riconoscere che sbagliamo a lasciar correre, a non avere un maggior amor proprio e perché no? orgoglio. Mica è una brutta parola, l’orgoglio!

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  4. Vi racconto la storia al contrario. Madre inconsapevole femminista e padre militare per forza, comunista per passione, entrambi dei primo del ‘900, genitori di cinque maschi e due femmine ai quali è stata impartita la stessa educazione, pari doveri e opportunità. Da adolescenti siamo stati incompresi; i ragazzi la cui sessualità veniva messa in dubbio perché capaci di svolgere tutti i “mestieri da femmina” oltre quelli di “maschio”, per noi ragazze, incapaci di accettare rapporti di sottomissione e atteggiamenti prevaricatori, eravamo indicate come libertine.
    Mio padre ci sosteneva dicendo ai figli maschi “non importa se la donna che amerete non saprà cucinare, stirare ….. la amerete per quel che vale” e a noi femmine ricordava “il rispetto non è un abito è la vostra stessa pelle, non fatevi mai graffiare”.
    Come è andata a finire? Che alcuni dei miei fratelli hanno ceduto alla discriminazione, in diverse misure, e c’è chi ha maturato la visione stereotipata del rapporto uomo-donna. Noi donne abbiamo percorso strade differenti, mia sorella ha educato un figlio ad essere maschio incapace di badare a se stesso e quindi dipendere oggi dalla madre, domani da un’altra donna. Io che lavoro in un campo prevalentemente maschile e maschilista, ho sviluppato la strategia della collaborazione in un rapporto lavorativo paritario, e mai, dico mai ho lascito che la mia “pelle” e quella delle donne che conosco, venisse graffiata.
    Sally

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