Esperienze/Leggere

Due Donne

“Talk the talk, walk the walk”
Proverbio inglese


Sto leggendo il libro di Sheryl Sandberg “Lean in”. Non l’avrei mai comprato ma lo scambio di idee e libri tra colleghe aiuta, quindi lo leggo velocemente, tra una faccenda e un impegno durante la giornata.

Non lo ho ancora finito ma devo dire che tutto quanto letto finora mi lascia molto perplessa.

Il libro racconta molte cose e fa proposte ma quasi tutto quello che è scritto trovo sia già stato detto. Quello che fa la differenza è la grandissima capacità degli americani di appoggiare qualsiasi loro prodotto con un marketing perfetto, soprattutto quando la persona ha già potere. Il libro ha un grandissimo successo anche in Europa e trovo tutto questo ancora più incomprensibile.

Chi scrive fa parte della nazione che ha imposto al mondo occidentale ritmi di lavoro frenetici, sindacati quasi inesistenti, nessuna legge a tutela della maternità. Tralascio di discutere il sistema sanitario che per qualsiasi paese della vecchia Europa sarebbe incomprensibile. Non so come sia ora con l’Obamacare ma lasciatemi avere qualche dubbio. Eppure tutti a decretarne il successo. La cosa che trovo più discutibile è che l’autrice propone alle donne di diventare più aggressive, “alzare prima la mano”, insomma, mi dico io,  fare quello che fanno gli uomini ma con gonna e i tacchi. Devo dire che non era questo che pensavo quando immaginavo una donna leader!

Il temperamento passionale che mi è proprio fa sì che il cervello mi scoppi: tante idee, tante cose da scrivere, disordine e il dubbio di non essere chiara e poter essere fraintesa nell’esporre il mio pensiero.

Mentre ripenso a come scrivere quello che penso, ho un lampo. Tutto è molto semplice, voglio raccontarvi una storia di due donne. Spero la leggerete con piacere o che quantomeno possiate sentire attraverso le parole l’amore con cui è stata brevemente scritta.

 

DUE DONNE

 

Maria nasce a Pola nel 1913. Lascia la scuola giovanissima e a 7 anni già lavora per aiutare la madre, un’altra sorella e due fratelli.

È una ragazzina intelligente, robustina e sempre allegra.

Negli anni riesce a costruirsi un lavoro indipendente che le dà sicurezza economica. Sposa tardi Remigio, carabiniere e hanno due figli. Arriva una seconda guerra (sì, perché ha vissuto anche la prima guerra). La sua terra non è più italiana. Arrivano le uccisioni dei Titini. Decide di scappare lasciando tutto: la casa, il suo lavoro di imprenditrice; parte con una madre anziana e malata e due figli piccoli con una valigia, letteralmente senza un soldo. I suoi fratelli emigrano in Nuova Zelanda. Approda a Rimini ma il tentativo di ricostruirsi una vita in quella città non funziona.

Si trasferisce a Milano, i primi anni vive con la famiglia in una cascina fuori città a Cormano, senza neppure il bagno in casa. Nel frattempo arriva una terza figlia.

Riuscirà con enorme fatica e tantissimo duro lavoro a creare una piccola impresa – ed è una piccola donna, cicciotella, con la seconda elementare. Racconta di essere andata dal direttore di una banca milanese a chiedere il mutuo per comprare le prime due case che comprerà in centro a Milano. Convinsero questo direttore a darle il denaro la forza delle sue parole e la sua voglia di lavorare.

Crescerà i figli tra difficoltà che oggi sarebbero incomprensibili, facendoli tutti studiare, comprando altre case e aiutandoli sempre nel loro cammino nella vita adulta. Diventeranno tre persone di discreto successo nelle loro professioni, tutto grazie a quella donna incredibile. Suo marito Remigio era una persona buona e lavoratore instancabile ma Maria era la mano e la testa della famiglia.

Famiglia che poi diventerà allargata perché negli anni ospiterà a Milano nipoti e fratelli, con una generosità difficile da raccontare, mentre continuava a lavorare. Ha lavorato fino ad oltre 80 anni, è morta circondata da affetto, amore e riconoscenza.

 

Lucia nasce nel 1910 in un piccolo paesino del Friuli, poverissimo, come era povera tutta l’Italia, terra di emigrazione in tutto il mondo per decenni. È bravissima a scuola ma la madre le impone il lavoro nei campi e a casa. Ci sono prima di lei sei fratelli, ma la mamma Angela non è tipo da farsi impietosire. A nulla valgono le preghiere della maestra di lasciarla andare a scuola. A 12 anni viene “ceduta” a una famiglia milanese come bambinaia. Lei, terrorizzata dal fatto di doversene andare, sarà per sempre riconoscente a questa famiglia che, grazie a cielo, la tratta come una figlia più grande.

Raggiunta la maggiore età, trova lavoro come operaia. Bella e sempre ordinata, racconta con orgoglio che aveva solo due vestiti, ma li lavava e se ne prendeva gran cura: essere pulita e presentabile era la sua rivalsa contro una vita di dolore e di fatica. Incontra Dante, bello come il sole e si sposano innamoratissimi. Nascono due bambini, un maschio e una femmina ma la vita prende ancora una brutta piega.

Dante è un oppositore del regime fascista. Per qualche parola di troppo viene imprigionato nelle carceri fasciste sotto la stazione centrale. Viene picchiato per tre mesi e Lucia lo farà uscire grazie a delle conoscenze. Quel periodo sarà catastrofico per la famiglia. La notte in cui Dante viene imprigionato, in pieno inverno milanese, la figlia si ammalerà gravemente per la paura provata e il maschio prenderà la polmonite, curata senza antibiotici. Durante la perquisizione, le finestre saranno lasciate aperte per ore. Dante esce da quell’esperienza con la mente sconvolta e comincia a bere. Lucia combatte la battaglia della sua vita. Crescere due figli, con le sue sole forze. Il maschio durante i giochi di bambini sulle macerie della Milano distrutta dalle bombe, si fratturerà un braccio in modo irreparabile e rimarrà tutta la vita con questo problema.

Lucia lavora di giorno in fabbrica, di notte a casa fa la saldatrice. Anni durissimi, ma cresce due bravi ragazzi: uno diventerà progettista per una grossa compagnia petrolifera e la ragazza sposerà, lei povera e figlia di una famiglia disastrata, il miglior partito del grande cortile della casa popolare dove vivevano a Milano.

Entra a fare parte di un mondo diverso,  nonostante le sue origine umili e giocherà alla pari nel nuovo ambiente del marito con la sua grazia, la stessa di sua madre.

 

Questa è la storia delle mie due nonne. Forse l’avevate capito.

Donne meravigliose, imprenditrici, educatrici che hanno gestito le loro famiglie. I miei nonni erano due persone bravissime: quando io ho conosciuto il nonno Dante, aveva smesso di bere, era un uomo mite e adorava me e mia sorella. Ma chi aveva tenuto le redini di tutto erano state le donne.

Hanno fatto cose che di solito fanno gli uomini, sinceramente anche molto meglio di loro. Sono state capaci di raccogliere e portare avanti sfide enormi: povertà, solitudine, la malattia dei figli. Ma non “alzavano la mano per prime”‘, non sono mai state aggressive come potrebbe esserlo un uomo, non ne avevano bisogno. Erano donne e hanno usato quello che possedevano per farsi avanti nel mondo e difendere e crescere i loro figli. Mia nonna Maria era rispettatissima nel suo ambiente di lavoro – tipicamente maschile – ma non aveva bisogno di usare connotati maschili per farsi strada. Ha usato intelligenza, preparazione e lavoro durissimo.

Non ho mai sentito nessuna di loro piangersi addosso o sentirsi vittima di chissà quale congiura.

Hanno insegnato a noi tutti valori fondamentali: la dignità prima di tutto (credo che inorridirebbero nel sapere che la stampa oggi mette in prima pagina ragazze che si vendono a un ricco anziano signore per farsi pagare borse di lusso e una casa) e la voglia di migliorarsi, di fare meglio, di crescere, di imparare, il rispetto per se stesse e la capacità di farsi rispettare grazie alle loro capacità e al loro essere d’esempio nella vita di tutti i giorni.

Chissà quante di noi hanno storie analoghe nelle famiglie.

Quando ero piccola era molto ambiziosa e lo sono ancora adesso. L’ambizione ha molte facce e non mi sono vergognata di voler fare bene. Dicevo però’ sempre: vengo da una famiglia normale, da noi non c’erano avvocati, medici o professori universitari. Negli anni mi sono resa conto che la mia storia familiare “al femminile” era la mia forza. Che le mie nonne venute da una povertà direi straordinaria hanno fatto cose straordinarie e questa forza l’ho sempre sentita dentro. Una forza che oggi rivedo nelle mie figlie e in quelle di mia sorella, le mie fantastiche nipoti. Che vi assicuro sono ambiziose ma con i loro connotati, quelli della loro natura “al femminile”.

Non credo che tra qualche anno apprezzeranno il libro della Sandberg, anche se magari farò leggere loro qualcosa di diverso per ricordarsi dei vecchi tempi. Ve lo ricordate “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti? Forse avevamo una Sandberg italiana e non ce ne eravamo accorti, era il lontano 1973.

 

L’operazione da compiere “non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene”.

Questo l’hanno messo in pratica le mie nonne quasi un secolo fa.

 

Women in Economic Decision-making: Sheryl Sandberg

Annunci

13 thoughts on “Due Donne

  1. Purtroppo questo articolo presenta in modo davvero inesatto il libro, che temo Fabrizia non abbia letto se non in parte. Non è una questione di opinioni, ma proprio di contenuti. Tutto il progetto Lean in è basato proprio sul “non fare gli uomini” ma emergere come donne ma allo riconoscere anche le decisioni giuste che gli uomini prendono. E’ scritto in ogni capitolo. E’ ribadito dal progetto fotografico che è seguito a Lean In. In generale quindi mi sembra una lettura molto strumentale e parziale del testo.

    Intendiamoci, la storia delle nonne è molto bella, mi riferisco solo della parte su Sheryl Sandberg: non mi sembra corretto accusare Sandberg di dire qualcosa, quando nel suo libro e nelle interviste dice proprio il contrario, per me è anche una questione di deontologia professionale.

    Io ho altri problemi con il modello Sandberg, prima di tutto il fatto di seguire il successo inteso come “soldi”, ma questo fa parte -credo- anche della cultura nord-americana. Mi toccherà scrivere un post per mostrarvi che il libro parla proprio di altro, come tu stessa, Fabrizia, puoi già vedere negli altri due post che ho dedicato al libro.

    Inoltre mi sembra che purtroppo criticare una donna perché non si è al 100% d’accordo con lei sia fin troppo facile, senza considerare il contributo che sta dando a tutte noi. Troppo spesso questo capita con le donne di successo e di carattere, e contribuisce a creare l’idea che le donne soffrano molto di invidia e cerchino di affossarsi invece che di sostenersi.

    Non considero alzare la mano un gesto aggressivo, ma anzi un gesto cortese per prendere la parola. E prendere la parola è quello che stiamo cercando di fare noi Donne Visibili, che cerco di fare sia con mio lavoro che nella mia vita personale. Ti dirò di più, io non sto e non voglio stare un passo indietro, parlo pure se non interpellata.
    Perciò questa tua considerazione mi rattrista molto e mi spinge a dissociarmi completamente da questo articolo, per la prima volta dalla nascita delle Donne Visibili.

    Mi piace

  2. Mi dispiace ricevere un commento così’ duro. Ognuno e’ libero di esprimere le proprie opinioni riguardo cio’ che legge e di interpretarlo come vuole.
    Tra l’altro non sono l’unica ad essere in disaccordo: http://27esimaora.corriere.it/articolo/sheryl-sandberg-ii-il-difetto-anche-del-secondo-libro/.
    Quello che contesto con decisione e’ il fatto di essere accusata di essere “deontologicamente scorretta” perché’ esprimo il mio pensiero in pieno diritto.
    Sul fatto che io critichi l’autrice del libro in quanto donna non commento neppure: i fatti e non le parole nella mia vita di ogni giorno dimostrano esattamente il contrario.
    Alzare la mano lo trovo anche io un gesto di rispetto e di cortesia. Nel pezzo del blog mi riferisco al fatto che Sandberg chieda l’ultima alzata di mano per chiudere la conferenza. Dice lei che gli uomini continuano ad alzarla e io questo lo trovo maleducato e aggressivo e credo che lei non dovrebbe più’ rispondere.
    Sono aperta a qualsiasi commento contrario al mio testo, anzi lo trovo arricchente e costruttivo a patto che non mi accusi di scorrettezza, cosa che trovo francamente fuori luogo.

    Mi piace

  3. Ognuno è libero di esprimere opinioni riguardo a ciò che legge: quanto hai veramente letto del libro?
    Ma non è neanche questo il punto. Un conto è esprimere un’opinione, un altro è riportare in maniera opposta un testo. Fare dire ad un’autrice, in questo caso Sheryl Sandberg, il contrario di quello che lei effettivamente scrive, non è un’opinione, è una scorrettezza.
    In diritto dell’informazione questo principio si chiama “fair comment”. Da qui viene il mio commento sull’etica di questo articolo.
    Le giornaliste che hanno mosso critiche a Sandberg lo hanno fatto (non tutte, ovvio, ma quelle brave sì) contestando i numeri, le statistiche e le affermazioni che lei esprime. Non facendole dire, come hai fatto tu, il contrario di quello che lei dice.

    Mi piace

  4. Non ho ancora letto il libro di Sandberg quindi non posso entrare nella discussione. Ho letto alcune interviste, ma mai il libro.
    Vorrei capire cosa intende l’autrice del post con “fare quello che fanno gli uomini ma con gonna e i tacchi”.

    Mi piace

  5. Caro Matteo, grazie per la tua domanda. Intendo semplicemente quello che ho scritto.
    Gli uomini che fanno carriera e hanno potere spesso sono utilizzano atteggiamenti decisamente prepotenti e arroganti, la mia speranza e’ che le donne si impongano in altra maniera e seguendo altre vie, quella del dialogo, del prendersi cura e dell’ascoltare.
    Forse sono troppo idealista e magari tu sarai uno tra quelli che adottano atteggiamenti diversi. Saresti ill benvenuto!

    Mi piace

    • Intervento di Christine Lagarde, dal Corriere della Sera. Interessante il suo punto di vista della gestione manageriale da parte delle donne differente da quella degli uomini e interessante il fatto che si noti ancora una volta che un modello lavorativo (tipicamente americano), basato su giornate lavorative lunghissime non funzionerà mai per le donne.

      Il punto che amo di più:
      “Sappiamo che le donne sono più inclini a prendere decisioni fondate su consenso, inclusione e solidarietà, puntando alla sostenibilità nel lungo termine. Le donne fanno appello alla profonda saggezza e alla tenacia sviluppata nella loro lunga e travagliata storia.”

      Se avete il tempo e la voglia di leggerlo tutto e’ molto interessante!

      http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-coraggio-di-cambiare3-tappe-nel-cammino-delle-donneverso-il-potere/

      “In quello che definisce l’”ultimo capitolo” della parità di genere, Claudia Goldin sostiene che la disparità di retribuzione tra uomini e donne scomparirebbe subito se le aziende rinunciassero a imporre un lungo orario lavorativo ai loro dipendenti. In altre parole, se le imprese sapessero valorizzare la creatività, anziché la durata della giornata lavorativa. Questo accade già in vari settori, nella scienza e nella tecnologia, ma due professioni che conosco direttamente – legge e finanza – sono tuttora eccessivamente soffocate da antiche abitudini.

      È venuto il momento di completare quell’ultimo capitolo e non ci fermeremo finché non avremo ottenuto la piena parità di genere nel campo dell’occupazione. Potremo farcela, se faremo appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

      La leadership. Siamo arrivati all’ultima mossa. …………Meno del 10 percento dei paesi hanno leader donne. Ma non sfugge certo l’ironia che quando hanno l’opportunità di svolgere mansioni dirigenziali, le donne sanno farlo meglio degli uomini. Le prove non mancano. Per esempio,uno studio rivela che le aziende, citate da Fortune 500 per essersi distinte nell’affidare incarichi gestionali alle donne, si sono dimostrate più redditizie del 18- 69 percento rispetto alla media del settore. Le donne inoltre sono molto meno propense a decisioni rischiose e azioni spregiudicate, come quelle che hanno innescato la crisi finanziaria globale. Un esperimento realizzato tra gli investitori negli anni Novanta ha rivelato che gli uomini rischiano in borsa il 45 percento in più delle donne e hanno maggiori probabilità di incorrere in grosse perdite. È davvero per puro caso che, mentre gli uomini festeggiavano, erano le donne a preoccuparsi degli eccessi e dei cattivi comportamenti nel settore finanziario prima della crisi?

      Penso a donne come Sheila Bair, Brooksley Born, Janet Yellen ed Elizabeth Warren. Troppo spesso, le loro ammonizioni sono state scartate o ignorate – ma avevano visto giusto. Sappiamo anche che le donne sono ottime manager e brave leader in tempo di crisi. Per esempio, uno studio su oltre 7000 leader ha dimostrato che le donne se la cavano meglio in 12 competenze su 16, e in 12 settori su 15. Un altro studio recente dimostra che le donne vengono spesso chiamate a intervenire per salvare le aziende in difficoltà – anche se vengono più spesso licenziate da queste mansioni, perché la loro assunzione è considerata rischiosa. Tutto questo non sorprenderà nessuno, tantomeno la sottoscritta. Sappiamo che le donne sono più inclini a prendere decisioni fondate su consenso, inclusione e solidarietà, puntando alla sostenibilità nel lungo termine. Le donne fanno appello alla profonda saggezza e alla tenacia sviluppata nella loro lunga e travagliata storia. Nelle parole di una donna che ammiro moltissimo, Aung San Suu Kyi, dare potere alle donne «porterà a una vita più tollerante, giusta e solidale, e alla pace per tutti». Ma ancora una volta, il vero cambiamento deve cominciare col modificare gli atteggiamenti. Bisogna metter fine all’idea che la forza scaturisce dal testosterone e che la forza è tutto. Spesso, è solo questione di consapevolezza. Ciò che frena le donne non è la competenza, di cui non sono certo carenti, ma di fiducia in se stesse. Mentre uomini con scarsa preparazione e qualifiche poco convincenti si lanciano comunque in avanti, donne super preparate e super qualificate si nascondono nell’ombra e dubitano delle loro capacità, misurandosi con un impossibile ideale di perfezione.”

      Mi piace

      • Grazie per il chiarimento, analisi interessante (mi riferisco alla risposta estesa). Credo che siamo d’accordo su molte cose, ci sono pero’ due aspetti su cui la tua posizione non mi e’ chiarissima, dimmi tu se ti sto interpretando male:

        1) Affermi, citando Lagarde, che “un modello lavorativo (tipicamente americano), basato su giornate lavorative lunghissime non funzionerà mai per le donne”. Pero’ cosa facciamo se il modello lavorativo basato su giornate lavorative lunghe invece funziona per il tipo di lavoro? Io stesso lavoro in un ambito scientifico/tecnologico che premia la creativita’, nonostante questo, capita di dover passare periodi lontano da casa lavorando molto intensamente e molto a lungo. Non c’e’ via di scampo, possiamo gridare al vento che questo e’ ingiusto, ma il lavoro lo richiede. Non sarebbe sostenibile/efficiente assumere due persone o permettere il telelavoro. Io non credo che questo modello non funzioni per le donne in assoluto. Non funziona per le donne a cui tradizionalmente e’ stato imposto un modello di madri e casalinghe. La soluzione sta nell’uscire da questo modello riduttivo, non nell’imporre dall’alto dei limiti. Cosa che mi pare di leggere tra le tue righe. Lasciami tradurre questo pensiero in termini operativi. Non accettero’ mai che mi venga detto <>. Non voglio essere limitato perche’ l’avversario parte con un handicap, esigo che l’handicap venga rimosso. Posso accettare che mi si dica “aumento le tasse a te (e in proporzione a tutti) dell’X% in modo da poter finanziare asili nido, e programmi tipo “Women in STEM” per cancellare la differenza nel punto di partenza. La vera uguaglianza si ottiene quando i punti di partenza sono uguali, non quando appiattiamo forzatamente i punti di arrivo. Sono piu’ propenso ad accettare una tassazione per creare servizi perche’ a livello societario quello e’ un investimento di cui tutta la societa’ godra’. Le donne rappresentano il 50% del potenziale umano e gran parte di quel potenziale non viene sfruttato. Limitare quanto uno puo’ lavorare e’ un de-investimento che danneggera’ tutta la societa’.

        2) Accetto tutte le ricerche che riporti che dimostrano che le donne sono migliori degli uomini, ma bisogna ricordare che quelle ricerche soffrono di un grossissimo bias di campionatura. Le donne che sono state analizzate sono gia’ donne “arrivate” e sappiamo tutti che in molti settori per poter arrivare allo stesso livello una donna deve essere due volte piu’ brava dell’uomo con il quale viene confrontata. Le donne hanno dovuto affrontare una selezione all’ingresso molto piu’ rigorosa degli uomini. Il problema su cui concentrarci e’ questa disuguaglianza, e non dobbiamo risolverla al ribasso, rendendo piu’ facile alle donne raggiungere posizioni di leadership, dobbiamo rendere piu’ difficile agli uomini raggiungere quelle posizioni, immeritatamente. Se venissero implementate le soluzioni che mi sembra che proponi questo bias verrebbe a mancare e presto si scoprirebbe che le donne, magari con stile diversi, farebbero gli stessi errori degli uomini. Lo dici anche tu <> . Ben vengano le quote di genere (che reputo un ottimo investimento), ma non la riduzione degli standard.

        Io parlo basandomi sulla mia esperienza, mi sembra di capire che tu arrivi da un background di giurisprudenza/finanziario, io da un background ingegneristico “duro” (R&D). Nel mio settore c’e’ tantissima disparita’ uomo/donna, ma e’ causata principalmente dalle condizioni di partenza. Il problema in ambito STEM e’ principalmente in giovane eta’ quando si scoraggiano (e sono anche le madri a farlo) le bambine/ragazze che mostrano curiosita’ scientifica. Nel mio settore allentare gli standard per permettere la parita’ sarebbe distruttivo per la produttivita’. Se sono necessarie 12 ore sul campo per testare il sistema, non posso spezzare quel lavoro in tre giorni perche’ cosi’ l’ingegnere ha tempo di prendersi cura dei figli…. Dobbiamo rimuovere la disparita’ iniziale e non quella finale.

        Per quello che ne so, il tuo settore potrebbe essere diverso: nel tuo settore potrebbe effettivamente esserci una preferenza verso gli “scalda poltrone” che stanno in ufficio 12 ore senza fare nulla, ma questo problema e’ indipendente dalla dispartia’ uomo/donna. E’ un problema di misurazione delle prestazioni. Se valuti una persona con delle cifre di merito che non hanno nulla a che fare con la produttivita’ e’ li’ che va risolto il problema.

        In conclusione, mi pare che sui sintomi siamo d’accordo. Sulla cura forse non del tutto, per me il principio chiave e’ parita’ di condizioni di partenza, di valutazione e struttura di supporto, non parita’ di arrivo.

        Mi piace

  6. Matteo, mi fa un grande piacere ricevere i tuoi commenti. Mi hai talmente sfidato che presto cercherò’ di chiarire tutte le posizioni e in tre settimane il prossimo pezzo si intitolerà’ “La cura” per aver modo di parlare a fondo di queste problematiche che poi a mio parere sono il nodo della questione. Ma e’ molto bello per me confrontarmi e rivedere anche le mie idee con una persona che si esprime con un tono così civile.
    Rispondo molto velocemente per punti:
    1 Sono d’accordo e il problema esiste. Io ho lavorato per anni in una grossa azienda di spedizioni e logistica “spinta” e devo dire che l’eccezione per cui bisognava fermarsi in ufficio o lavorare tutta la notte esisteva. Ma e’ un’eccezione non può’ essere la regola. Nel periodo (solo sei mesi) in cui invece di lavorare in operativo sono stata segretaria della direzione marketing ero esterrefatta dal fatto che molte riunioni cominciassero alle 4 del pomeriggio. Che bisogno c’e’ che il lavoro sia organizzato così’? Chiaramente questo e’ incompatibile con una vita famigliare normale. Lo so che ci sono ambiti in cui se devi testare qualcosa ma penso anche all’ambito medico in cui un lavoro devi finirlo, costo quel che costi ma mi chiedo se sia normale che la giornata lavorativa debba per forza essere modellata su 12 ore di lavoro, sempre! Ma non erano 8? Mi rendo conto che in certe situazioni e’ una sfida che va risolta non certa dando un vantaggio alle donne, in quanto donne, su questo sono d’accordo. Ma credo che qui come dici tu giocheranno un ruolo fondamentale uno stato sociale che funziona e un diverso modello lavorativo.
    2 Sicuramente io mi sono spiegata male: io amo gli uomini e amo come sono. Ho un figlio maschio e ho altre tre bambine, le ho fatte con un uomo, mio marito e amo vivere insieme, amo la nostra famiglia e il confronto continuo di due universi (maschile e femminile). Quello che io mi chiedo e’ per quale motivo una donna che arriva al potere lo deve fare con il paradigma esistente (che a mio parere non ha proprio funzionato bene).
    Mi chiedo per quale motivo non si debba provare a esercitare doti di leadership con un “paradigma” più femminile che e’ quello di cui parlava Lagarde meglio di quanto possa fare io.
    Ma io non credo che le donne siano meglio degli uomini, questo no. Credo che in questo momento storico una guerra tra generi sia l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, credo invece fortemente in un’alleanza tra “differenze”, alla pari che possono solo portare ricchezza per tutti.

    La tua chiusura su sintomi e cura la trovo bellissima e quindi arrivederci al pezzo sulla “Cura”, spero di ritrovarti e poter ancora contare sui tuoi commenti, così’ interessanti!

    Mi piace

  7. Pingback: Riflessioni sulla Solidarietà Femminile di Patrizia Attanasi | Le Donne Visibili

  8. Non ho letto la Sanders e dunque ho esitato ad intervenire, sebbene la tematica interpella tutte noi donne(mi chiedo invece quanti uomini non si annoieranno leggendo la Sanders….).
    La scrittrice lascia perplessa anche me, causa delle scelte che ho fatto in passato, e che sono riuscita ad armonizzare in una vita che sento autentica, perchè vicina al mio essere vero.
    Devo dire che ho 54 anni suonati (da poco :-)), e che forse sarà per questa mia età che sento il tema qui scottante dell’identità, ormai per me risolto.
    Nel senso che so chi sono, l’ho accettato e compreso, e da che mi è stato chiaro ho cercato di vivere la mia identità, senza cercare di modificarla ora ad uso (e piu’ spesso abuso)di una carriera, ora semplicemente come mezzo di affermazione sociale.

    Non do la priorità all’affermazione del se’, in questa società attuale.

    E credo che questa mia posizione sia in netto contrasto già con il titolo del blog : “donne visibili”. Non lo sono, e questa mia condizione mi permette pero’ di essere piu’ consapevole e presente al mondo che mi circonda.
    Sono nata in una famiglia da due genitori emigranti dal sud , ho vissuto la duplice educazione , assorbito una duplice cultura e persino lingua e dialetti cosi’ diversi. Sono una donna nata da questo crogiuolo di bagaglio ricevuto dalla famiglia e di altre esperienze che invece ho cercato e che a volte mi sono procurata al prezzo di durissimi sacrifici.
    L’essere donna è un divenire, aveva ragione la De Beauviour, e chi non l’ha capito resta fatalmente imprigionata in clichès che contrastano con la consapevolezza, la Ragione, per meglio imporre vecchi e confortanti, perchè riconoscibili,schemi.
    C’è chi si sente confortata dai vecchi percorsi, come personalmente leggo e trovo nella storia delle due donne (credo molto frequente in Italia, anche se in differenti versioni).
    La Supermamma : LA perfetta, wonderwoman di volontà, abnegazione ed eroina del miracolo economico all’italiana…Mi scuso, ma li sento come dei veri e propri clichès.
    Dall’altro il modello della “donna in carriera”, altro clichè, aggiornato alla Sanders : che non conosco, e che non sono affatto stimolata a conoscere leggendone le premesse.
    Quello che non trovo presente nel dibattito, se non appena citato nel modello femminista degli anni ’70 come il metodo di autocoscienza che a quanto pare la garantiva, è la parola consapevolezza.

    Consapevolezza di cio’ che si è,della propria identità, purtroppo unica ed individuale… A troppi spaventa lo scoprirsi individuali. E cosi’ negano la propria personalità, cercando a tutti i costi di diventare gregari di una società che altrimenti li penalizerebbe. C’è una versione reale, la constato ogni giorno, anche se non scritta della “Donna a una dimensione”.
    Cioè ho l’impressione che le donne, di fatto indiscutibilmente discriminate ancora oggi nelle nostre società, abbiano come unica arma di difesa , la scelta di dominare, di diventare ancora piu’ aggressive in una competitività che le lancia contro l’uomo.
    Questo è un primo punto fondamentale da chiarire a se stesse : nessuna lotta femminista ha vinto “contro” gli uomini, ma solo CON gli uomini. L’aborto, il divorzio, il controllo delle nascite, erano problemi comuni e non solo delle donne che effettivamente lo sobbarcavano e pagavano in prima persona.
    Fintanto che l’ingiustizia della discriminazione sul lavoro e altrove contro la donna, resterà un affare di sole donne, sarà destinato alle solite sabbie mobili intellettuali, che conosco ed ho difficoltà a spiegare perchè discorso troppo lungo. Posso solo dire che avendo deciso all’inizio dei miei trent’anni di impegnarmi nel movimento femminista, ne sono uscita abbastanza delusa per la deriva intellettuale e la tendenza “soliloquistica”, imposta dall’alto e senza grandi riscontri dal basso, che lasciava le idee femministe un po’ troppo fuori dalla mia realtà e quella di tutte le altre donne che l’hanno infine giustamente snobbato.
    La donna ha un’identità ancora troppo fragile perchè rare sono quelle che assumono la propria.
    Assumere la propria identità : è questo credo il modo piu’ naturale di affermare il proprio se’, e non cercare di diventare qualcuna che non si è, per meglio dominare il proprio destino lavorativo(peggio ancora affettivo…). La manualistica del “settore” abbonda, e mi chiedo se anche la Sanders non ne faccia parte.

    (PS.Non sparate su questa povera pianista : mi piacete e brutalmente TUTTE :-))

    Liked by 1 persona

  9. Cara Fabrizia : eccomi…Come vedi sono anch’io “capace” di ritardo…:-(

    Provo a lasciare qualche traccia a mo’ di indizi…Chi vuole comprendere comprenderà : non ci conosciamo e per iscritto tutto diventa lungo, pesante ….

    Carla Lonzi mi ricorda l’emozione dei miei primi approcci al mondo femminista. Quello “duro e puro” di via Dogana, a Milano, dove ho avuto la voglia un giorno di frequentare perchè cercavo aiuto.
    Giovane, carina, vivevo in real-time la discriminazione contro la donna in Italia.Capivo che pur avendo meriti e competenze , crescendo con la mia età, non producevano quel sentiero illuminato e conseguente carriera che avrebbero dovuto produrre, ma anzi, vedevo inesorabilmente declinare il mio percorso professionale in funzione del mio “invecchiamento”, che si sa, per una donna comincia già a trent’anni, n’est pas? (Mi auguro sia chiara l’ironia-sardonica!).
    CHE FARE?
    La vicinanza quasi contigua della libreria dove lavoravo allora rese possibile l’accesso al gruppo di via Dogana, e cosi’ entrai in un mondo che come primo atto di indottrinamento mi vendette sotto banco( era un libro bannato dalla circolazione ufficiale libraria) il famoso ” Sputiamo su Hegel.La donna clitoridea e la donna vaginale” di Carla Lonzi…
    Come raccontare in poche righe, come descrivere la mia “parabola” di donna ferita in una società italiana( anche se evoluta, perchè di Milano : non oso nemmeno parlare delle origini dei miei genitori,dell’orrore provincial-napoletano…) apertamente discriminatoria a danno delle donne, e senza alcuna coscienza di valori quali autonomia, libertà d’opinione, cittadinanza, eguaglianza…?
    Come descrivere la mia ricerca ossessiva di verità, che ahimé nell’ideologia femminista della “donna che si autostima da sola” o della “donna contro l’uomo”, non ho mai trovato?
    Non la trovai nemmeno nei barbosissimi scritti della Muraro che ai tempi lanciava con altre l’artificiosissimo progetto di solidarietà al femminile, di adozione tra donne togliendo in effetti dati reali e sentimenti umani,a cio’ che normalmente unisce due o piu’ persone : le affinità elettive, naturali, la scelta con libero arbitrio, la formazione di un opinione da condividere e non da assumere perchè ideologica.
    Ovviamente avendo da sempre una profonda necessità di Libertà, me ne allontanai piuttosto presto, restando profondamente delusa : in libreria nessun libro di autore “maschio”, e quando per caso un cliente maschile metteva piede e voleva parlare con qualcuna gli si rispondeva col silenzio, ed il rifiuto di vendita col pretesto che “non c’era moneta in cassa”…Quando vidi coi miei occhi questo : me ne andai.
    L’ideologia, cammuffata da “ricerca” filosofica o sociologica mi disgusto’ .

    Anche se soffrivo da donna, non avrei mai compensato le mie sofferenze, causandone delle altre ai “nemici” : gli uomini.
    Inoltre venivo di conoscere quello che sarebbe diventato il mio futuro marito : un alieno rispetto ai maschi italiani. Un tedesco-europeo, che aveva rifiutato da tempo obblighi istituzionalmente sacri in Italia ed acefali quali religione, tradizione, legami familiari, radici territoriali… Ideali fasulli secondo lui : che portano spesso a fierezze e nazionalismi malsani…
    Un uomo “infedele” ai dettami della piccola borghesia e dunque libero, molto piu’ libero e vero, ed estremamente mascolino nella sua cercata e voluta solitudine.
    Il classico leader, con pochi veri amici, che si impone con naturale autorevolezza, mai e poi mai costruita o ricercata, ma reale ed esistente SOLO perchè continuamente riconosciuta da coloro che lo hanno incontrato e frequentato.
    Un vero uomo, che ahimè devo dire in Italia non avevo ancora avuto modo di conoscere personalmente : in quel senso sono stata sicuramente sfortunata, lo ammetto…
    Osservare da vent’anni la sua mascolinità mi ha riconciliato con l’uomo.

    Mi ha fatto comprendere quanto l’uomo è necessario e manca crudelmente nel dibattito femminista.

    Mi ha fatto comprendere che la stima non la puoi “pretendere”, ma solo riceverla come riflesso delle tue azioni, indirettamente, mai direttamente.
    Ho 54 anni e già testimone che ad ogni lustro piu’ o meno di fronte ad un peggioramento della situazione , spunta la “maitresse d’idées” che lancia lo slogan , anche se in forme e parole diverse, de l’Oreal : “perchè io valgo”…
    E questo non aiuta affatto le donne, ancora piu’ perse intellettualmente.

    Sono i diritti civili ed umani a rendere giustizia e parità alle donne, e fin tanto che uomoni, donne, mascolinità, femminilità e tutte le possibili combinazioni di genere , non sapranno pretendere tutti insieme gli stessi diritti umani , resteremo nel vago e perdente pensiero pseudo-femminista…

    Uso espressamente un termine dispregiativo, MIO, contro la tendenza a ideologizzare e fare filosofia, su priorità sacrosante quali tutela del diritto di controllare le nascite, diritto di tutelare l’immagine della donna, ovunque vituperata in Italia, diritto di egale accesso e retribuzione a qualsiasi lavoro se le competenze acquisite sono le stesse…eccetera.

    Questa forma di resistenza è soprattutto attuabile da tutte/i ed a qualsiasi livello di studi, di competenze e carriera effettuata. Parte dal basso ed arriva a produrre istituzioni fondamentali in un paese, in una nazione.Potrei citare la Francia dove vivo da quasi vent’anni.
    (Per questo diffido enormemente degli uomini e delle donne che sostengono una forma di dibattito o addirittura una posizione civile sbattendo il proprio curriculum anche se presumibilmente “eccellente”in primo piano, come purtroppo mi è capitato in questo blog : deterrente fatale per molte, lo giuro…Non cerco né di affermarmi, né di dare un’immagine di me “competitiva”.Mi conoscerete e bene anche senza leggere il mio curriculum, ve lo prometto 🙂 )

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...