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Riflessioni sulla Solidarietà Femminile di Patrizia Attanasi

Patrizia Attanasi ci ha spedito la sua riflessione in merito alla solidarietà femminile, in risposta all’ultimo post di Fabrizia. La pubblichiamo di seguito. Grazie, Patrizia!

Leggendo il Blog ed i vari commenti riguardanti il libro della Sandberg, che ho personalmente letto, non posso fare a meno di chiedermi in cosa possa consistere la solidarietà femminile e come mai sia così rara. Non mi sorprende che anche in un gruppo ristretto di persone si riesca ad essere in disaccordo o meglio a non ritrovare in chiave moderna, quella che negli anni ’70 veniva chiamata autocoscienza femminile, comune a tutte le donne in quanto tali e quindi una solidarietà basata su principi comuni a tutte le donne! Tutte saremmo d’ accordo sulla solidarietà femminile ma poi, nel preciso istante in cui andiamo a scandagliare le modalità con cui raggiungerla, ci perdiamo distinguendoci le une dalle altre a seconda del ceto sociale di appartenenza, arrivo o provenienza o a seconda delle scelte di vita fatte. Di questo passo secondo me, non riusciremo mai ad essere veramente solidali. Mi rendo conto che trovare dei validi motivi di coesione nel rispetto delle differenze sia un percorso difficile da intraprendere, e pieno di trabocchetti. Ma è un lavoro che va assolutamente fatto, infatti qui si tratta di liberarsi da complessi millenari e non confondere temi diversi. La difficoltà è oggettiva! Entrando nel merito comincio dall’articolo che la Giornalista Costanza Rizzacasa d´Orsogna scrisse per il  blog del Corriere della Sera: “Non fate carriera? Colpa vostra Sheryl Sandberg II, il tono non cambia”. Per prima cosa mi sembra assurdo criticare la Sandberg per le cose che non fa, piuttosto che per quelle che fa, tipo non creare l’hashtag #BanPoverty piuttosto che quello #BanBossy. E perchè questo hashtag non lo fa la giornalista che la critica, visto che è una sua, ottima idea? E come credere che lei o chiunque altra possano raggiungere mezzi e potere per fare ciò in un mondo maschile? All’ inizio, ed è ancora qui che siamo, in un mondo maschile, bisogna o lavorare il doppio o raggiungere una situazione di pari opportunità… Ora mi sembra ovvio che la Sandberg non sia una filosofa, fa un lavoro specifico all’ interno di un ambiente specifico: maschile, capitalistico ed americano ed ha studiato le strategie per sopravvivere ed avere successo in quell’ ambiente. Punto. È quindi lapalissiano che il suo target non possa essere che limitato ad una situazione simile alla sua ma ci sono moltissimi spunti validi in generale. Scommetto che se chiediamo alla Sandberg cosa ne pensa di possibili quote di rappresentanza politica, non ci ha mai pensato. Non per questo è da criticare il suo apporto costruttivo. Ci vorrebbero più donne di potere come lei in molti più settori, per riavvicinarsi ad una presa di coscienza femminile. Quello che salta all’occhio è che lei viene elogiata e/o criticata quasi fosse una paladina del femminismo moderno, quando invece tocca solo qualche aspetto, seppure importante, della vita di una donna in carriera nell’ America del Nord. Il suo grande successo è però, secondo me, una spia del fatto che mancano, o sono ben troppo poche e poco visibili, le voci di politiche, filosofe, scrittrici, educatrici – ad esempio –  che contribuiscano ad un approccio critico e propositivo più trasversale e di principio. Poi ho letto la storia delle nonne di Fabrizia. Due donne che con grandi sacrifici e dedizione alla famiglia, nonostante tante avversità, sono riuscite a garantire un futuro migliore ai loro figli. Per raggiungere tutto questo hanno “semplicemente” lavorato il doppio dei loro uomini e di altre donne. Loro non avevano altra scelta, in quel contesto tenere alzata la mano non sarebbe servito proprio a nulla. Ancora oggi ci sono tantissime donne in tutto il mondo che si trovano esattamente nella situazione delle nonne di Fabrizia, se non peggio. Ora dico: una volta raggiunta una posizione economica migliore, soprattutto se grazie a quelle nonne, che senso ha voler imporre quell’ unico modello di emancipazione? Si finirebbe solo per “punire” le più fortunate che riescono a raggiungere qualcosa tenendo alzata la mano e contemporaneamente si condannerebbero le meno fortunate a fare la medesima fatica delle nonne! Che progresso ci sarebbe? Sinceramente poi a me sembra molto più importante aiutare le più deboli che punire le più forti. Per quale delitto poi? Chi, come la Sandberg, non si rallegrerebbe della partecipazione alla conferenza dimostrata dalle mani ancora alzate, senza accettare di buon grado di rispondere a domande extra? Per me, quelle mani alzate, non sono affatto un segno di maleducazione, ma di entusiasmo e voglia di partecipare. Da bambina venivo criticata per essere troppo intraprendente e con un entusiasmo esuberante e sapete da chi? Da mia madre, ovviamente. Trovo che uno dei principali ostacoli alla solidarietà femminile, oltre al maschilismo imperante, sia il fatto che troppe donne non riescono ad essere generose con altre donne perché non riescono a concedere ad altre (troppo spesso le loro figlie) quello che è stato loro negato o che si sono autonegate. Prendiamo finalmente coscienza di ciò! La Sandberg ha ammesso varie volte nel suo libro di aver mantenuto un profilo basso – tipicamente femminile – per evitare ovvie ripercussioni, contro cui era disarmata. Vogliamo forse gioire di ciò e perpetrare crudeli autolesionismi di genere, di generazione in generazione? E sapete quale è lo strumento più efficace per non essere generosi con le donne? Imporre loro un modello di femminilità, che pur cambiando con i tempi, riesce sempre ad creare un recinto entro il quale è difficilissimo muoversi in libertà. Cosa c’ entra mai la solidarietà femminile con la femminilità? Si tratta di essere solidali tra persone che hanno un organo riproduttivo femminile, non tra chi porta il tacco 12 contro chi porta le ballerine e tra chi viaggia in Mercedes contro chi si muove solo in tram o tra chi lavora in casa contro chi lavora fuori casa o tra chi “imita gli uomini” contro chi “fa la donna”. Non confondiamo il fine con i mezzi o peggio con le etichette! La vera solidarietà deve essere trasversale e mirare a garantire a tutte la possibilità di esprimersi e realizzarsi in libertà, a seconda delle proprie inclinazioni, nel rispetto degli altri e senza lasciare indietro nessuna!   di Patrizia Attanasi riflessioni-solidarieta-femminile-L-pvbqyA

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2 thoughts on “Riflessioni sulla Solidarietà Femminile di Patrizia Attanasi

  1. Grazie Patrizia per aver espresso in maniera molto chiara i problemi che anche a me ha creato il precedente articolo. Mi sono annotata alcune frasi che penso mi serviranno anche in futuro per rispondere a quegli attacchi che trovo insidiosi: quelli da donna a donna.

    -“Ora dico: una volta raggiunta una posizione economica migliore, soprattutto se grazie a quelle nonne, che senso ha voler imporre quell’ unico modello di emancipazione? Si finirebbe solo per “punire” le più fortunate che riescono a raggiungere qualcosa tenendo alzata la mano e contemporaneamente si condannerebbero le meno fortunate a fare la medesima fatica delle nonne! Che progresso ci sarebbe? Sinceramente poi a me sembra molto più importante aiutare le più deboli che punire le più forti. Per quale delitto poi?”
    -“Per me, quelle mani alzate, non sono affatto un segno di maleducazione, ma di entusiasmo e voglia di partecipare” Anche per me! Non smettero’ mai di partecipare!

    -Un altro concetto fondamentale: “Trovo che uno dei principali ostacoli alla solidarietà femminile, oltre al maschilismo imperante, sia il fatto che troppe donne non riescono ad essere generose con altre donne perché non riescono a concedere ad altre (troppo spesso le loro figlie) quello che è stato loro negato o che si sono autonegate” Quante volte ho cercato di mettere delle parole su questa condizione: vedersi criticata, osteggiata da altre donne per il fatto di volere -e talvolta ottenere- quello che loro stesse avevano deciso di negarsi!

    -Ed infine la citazione da far incorniciare: “E sapete quale è lo strumento più efficace per non essere generosi con le donne? Imporre loro un modello di femminilità, che pur cambiando con i tempi, riesce sempre ad creare un recinto entro il quale è difficilissimo muoversi in libertà. Cosa c’entra mai la solidarietà femminile con la femminilità?

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  2. Pingback: Vandana Shiva: “Noi dobbiamo contare!” | Le Donne Visibili

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