Donne in vista/Leggere

Siamo le storie che scegliamo: 6 donne sudafricane

In una delle mie esplorazioni sudafricane ho visitato la mostra 21 Icons al Museum of African Design (MOAD) di Johannesburg. Insomma, un altro tentativo di imparare un po’ sulla storia del mio nuovo paese.

Ormai -grazie alle Donne Visibili- guardo a tutte le iniziative pubbliche con degli occhi nuovi, più consapevoli. Vado a una mostra fotografica sulle icone del Sudafrica democratico e mi metto a cercare: dove sono le donne? Ci sono eccome. L’unica che conoscevo prima di visitare l’esposizione è Nadine Gordimer, scrittrice premio Nobel da poco scomparsa, di cui ho scritto qui. Vi presento le altre:

SOPHIA WILLIAMS DE BRUYN

Sophia Williams, portrait 21 icons, Photo by GManco

Sophia Williams de Bruyn è una delle quatto donne che guidò la protesta pacifica delle donne a Pretoria nel 1956. Negli anni cinquanta vennero approvate le leggi che aprirono la strada all’apartheid e privarono la maggior parte dei sudafricani dei propri diritti civili e politici. Quello che oggi è solo un passatempo domenicale, passeggiare per i prati degli Union Buildings, gli edifici governativi della capitale, era completamente impensabile per una donna nera a quel tempo, figuriamoci occuparli per protestare. Eppure, per manifestare contro le leggi che impedivano ai neri di circolare liberamente nel Paese, migliaia di donne occuparono quei giardini. Erano in 20.000, guidate da Sophia, che aveva 18 anni, e altre tre donne. Avevano una strategia precisa: se la polizia le avesse attaccate non avrebbero risposto, si sarebbe messe tutte a pregare e cantare insieme, senza muoversi di un passo. La polizia avrebbe dovuto arrestarle tutte. Non ci furono violenze e le donne consegnarono al governo (ma non al primo ministro in persona che -si dice- ebbe paura di farsi vedere) la petizione con le loro richieste. Durante la manifestazione le donne cantavano una canzone nata spontaneamente:

“Se colpisci una donna, colpisci una pietra”.

Nella foto rivive quel momento 60 anni dopo.

LILLIAN CINGO

Lilian Cingo, portrait 21 iconsLillian è un’infermiera, un’infermiera specializzata in neurochirurgia e psicologia che ha ricevuto premi e riconoscimenti per la qualità del suo lavoro. Dopo aver eccelso in Sudafrica negli anni 60, per continuare a studiare ed a praticare il suo lavoro Lillian si trasferì da sola a Londra. Ma con la fine dell’apartheid Lillian decise di tornare, e per vent’anni ha servito come infermiera su un treno medico, una struttura mobile che porta e assistenza a coloro che vivono in situazioni di emergenza nelle zone rurali. Lillian ha dispensato per più di venti anni cure e informazioni, per poi riposarsi? No, l’infermiera mobile oggi si occupa di assistenza ai bambini malati di AIDS.

HELENE SEBIDI

Helen Sebidi, portrait 21 icons,

Immagina la scena: una donna nera pulisce il pavimento di casa. Non la sua, quella di un’altra donna. Bianca. Quella donna come tante è Helene, che poi torna a casa e si occupa della sua famiglia. Poi la mattina prestissimo si occupa di se stessa: dipinge. Helene è un’artista. Ma in quanto donna e nera, per molto tempo non riesce ad esporre nelle gallerie d’arte sudafricane. Ma diventerà lo stesso, negli anni 80, la prima donna nera ad avere una mostra personale in Sudafrica. E’ tutt’ora un’artista con tanti talenti, che utilizza la creta e i pennelli, e una delle prime artiste a sconfiggere il pregiudizio che l’arte africana sia solo decorativa.

YVONNE CHAKA CHAKA

Yvonne Chaka Chaka, portrait 21 icons, Photo by GManco

Anche Yvonne aveva davanti a sé una vita da donna delle pulizie, non sembravano esserci altre strade. Yvonne è una cantante, anche se da bambina aveva il manico di una scopa come microfono. Rifiutando il fatto che la sua condizione sociale le potesse impedire di diventare quello che voleva, Yvonne non ha mai smesso di cantare. A 13, durante l’apartheid, anni Yvonne divenne la prima bambina nera ad apparire alla tv sudafricana, dopo essere stata scoperta nella township di Soweto. Dopo la morte di una delle sue musiciste, decise di impegnarsi attivamente contro la malaria, raccogliendo fondi e distribuendo informazioni grazie ai suoi concerti. Ha usato la sua musica come strumento di attivismo anche a sostegno di Nelson Mandela, che la soprannominò “Princess of Africa”.

EVELINA TSHABALALA

Evelina Tshabalala

Evelina è un’atleta, e per gli atleti la condizione fisica è tutto. Evelina però è malata. Ha contratto l’HIV, come tante giovani donne sudafricane: in Sudafrica circa il 19% della popolazione (2013) è sieropositivo. Evelina, maratoneta e scalatrice, vuole provare a tutti i suoi concittadini che con le giuste cure, attenzioni e informazioni non solo si può condurre una vita lunga e normale, ma anche avere successo nello sport e nella vita. Oltre ad aver partecipato con successo a gare podistiche in tutto il mondo, ha scalato alcune della montagne più alte del mondo, compreso il Kilimanjaro. L’attività sportiva è lo strumento principale del suo attivismo: Evelina è la dimostrazione di quanto possa fare una persona sieropositiva oggi. Con questa idea ha fondato “Positive Heroes” un’organizzazione che raggruppa persone sieropositive che possano fornire un esempio, una guida e una speranza per malati più giovani.
Nella foto Evelina è scalza: ha cominciato a correre a piedi nudi, non per scelta, ma per mancanza di alternative. Con i soldi guadagnati con la prima vittoria si è comprata un paio di scarpe.

GCHINA MHLOPHE

Gcina Mhlope, portrait 21 icons, Photo by GManco

Come si può tradurre storyteller in italiano? Racconta-storie? Cantastorie? Questa è la professione di Gcina: raccogliere le storie del suo Paese, elaborarle e raccontarle. Anche nel caso di Gcina, siamo di fronte ad una donna che sfugge al destino segnato di donna di servizio presso una famiglia bianca per seguire il proprio obiettivo: essere poetessa, scrittrice e attrice. Gcina scrive e riscrive storie che si fondano sulla tradizione orale sudafricana, allo scopo per preservare la memoria complessa del Paese. Per raccontarle usa l’inglese, l’afrikaans, lo zulu, lo xhosa: il Sudafrica ha tante voci, e secondo Gcina tutte e tutti hanno storie da tramandare. Sono contenta di concludere con lei queste carrellata di eroine sudafricane, perché il suo messaggio ben si sposa con l’obiettivo delle donne visibili. Gcina ha deciso di cambiare il mondo, scegliendo quali storie raccontare:

“Our story as South Africans is as weak or as powerful as the stories we choose,”  dice.

Sono d’accordo: la nostra storia di donne è tanto debole o tanto potente quanto le storie che scegliamo.

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2 thoughts on “Siamo le storie che scegliamo: 6 donne sudafricane

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