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La Cura e il “Modello della Madre”

Una delle più belle canzoni che a mio parere siano mai state scritta è “La cura” di Franco Battiato. Se avete voglia di ascoltare forse già capirete dove vorrei arrivare con questo pezzo.

Quando abbiamo incominciato questa avventura delle LDV, la mia idea era di riuscire con la scrittura a portare avanti visioni con delle proposte politiche concrete, attuabili.

Questa storia comincia da lontano e la mia speranza è di non annoiarvi prima di arrivare alla fine, comunque sia “non sparate su chi scrive”!

Una della mie mitiche nonne arrivò a Milano alla fine della guerra, profuga triestina dopo aver lasciato una certa agiatezza costruita negli anni a Pola. A Milano, città di grandi opportunità, la vita è comunque durissima: la famiglia è piuttosto numerosa e lei decide che bisogna fare subito delle scelte. È un’imprenditrice nell’animo e avrebbe malissimo sopportato l’andare a lavorare per altri. Decide che il suo futuro saranno i mercati, riesce a trovare i posti nei migliori quartieri di Milano, negli anni costruisce un piccolo regno intorno a una clientela affezionata che la seguirà per anni. Io conoscevo tante di queste persone, il posto dove vendeva era diventato un riferimento, gente legata alla qualità della sua merce e al suo modo di fare, compravano da lei e stringevano amicizia. Negli anni si sapeva tutto di quelle famiglie clienti di mia nonna e lei con la sua intelligenza profonda, mai e poi mai pettegola, riusciva a essere un riferimento. Si sapeva delle nascite e delle morti, dei figli che si erano sposati e spesso più di una generazione veniva a comprare da lei.

Intorno al banco c’era sempre quel chiacchierare pieno di calore e di allegria (mia nonna era una donna che rideva spesso e di cuore, virtù che io non ho certo ereditato). Mi ricordo che c’era un solo momento in cui tutti si zittivano, mia nonna sapeva che così doveva essere e il chiacchericcio allegro taceva. Veniva regolarmente questa donna, piccola e io la ricordo magra, minuta direi. Era piena di dignità e io ricordo che non sorrideva mai. Mia nonna mi sussurava che era la moglie del commissario Calabresi, ucciso durante gli anni del terrorismo a Milano, mentre lei aspettava il terzo figlio. Mia nonna con la sua sensibilità sottile sapeva che in quel momento quello che si chiedeva era rispetto e silenzio.

La signora che tanto silenziosa arrivava, comprava sempre la stessa cosa e salutando andava via, velocemente. Mia nonna ogni sera, non chiedetemi come trovasse il tempo, si leggeva sempre un quotidiano ed era informata su tutta la vicenda, io lo ero molto meno. Negli anni ho maturato una certa passione per la politica e quegli anni milanesi non li ho mai dimenticati. Trasferimenti all’estero, università, matrimonio e figli, carriere più o meno interrotte da una famiglia numerosa non mi hanno impedito di continuare a ricordare e usare quella conoscenza acquisita, semplice ma profonda nella mia vita così diversa da allora.

Negli anni ho letto della famiglia della Sig.ra Gemma Calabresi e ho imparato a conoscere i suoi figli e la sua storia attraverso Mario che è diventato direttore della Stampa, ha fatto programmi televisi e scritto libri che ho sempre letto.

Tante volte ho fantasticato sulla sua vita quotidiana, di madre vedova con tre figli piccolissimi, sulla tristezza che sicuramente si sarà portata dentro ma anche sulla capacità di “prendersi cura” così bene di questi ragazzi, che una volta adulti (parlo sopratutto di Mario Calabresi, di cui ho letto molto) non hanno mai avuto parole di rabbia o desiderio di vendetta verso chi comunque aveva portato via loro una parte essenziale della loro vita.

Mi sono chiesta tante volte quanta fatica fisica e psicologica ci sia dietro a storie così e perché l’atto del “prendersi cura” così non possa essere tradotto anche politicamente in un futuro lavorativo per chi da madre, da figlia dedica anni della sua vita agli altri e, passati quegli impegni, desideri fare altro.
La realtà è che questi anni non sono assolutamente spendibili, ve lo dico con amarezza.
Una delle mie amiche femministe fino al midollo un giorno mi disse qualcosa del tipo “beh ma cosa vuoi, hai dedicato questi anni alla tua famiglia, sarai soddisfatta così per la scelta che hai fatto, ti basta!”. E invece no, sono felice per quello che ho fatto ma presto, spero, sarò pronta a fare altro.
In tutti questi anni spesi nella cura di altri, ho imparato così tanto, ho letto, ho discusso, ho gestito problematiche mediche, educative, finanziarie e credo che verrà il momento in cui tutto questo si potrà spendere anche fuori casa.
Ho spesso pensato alla Sig.ra Gemma Calabresi, se avesse potuto fare il lavoro fatto con i propri figli e nello stesso tempo coltivare una carriera di successo fuori dall’ambito famigliare e credo che non fosse possibile.
Il prendersi cura ha bisogno di tempo, attenzione, studio per alcune problematiche.
Come dice Manuela Bonfanti sul suo blog, “l’educazione dei figli è cosa troppo importante perché possa essere delegata”; aggiungo (e so che è anche il suo pensiero) che può essere condivisa ma mai delegata in toto e per alcuni anni, anche senza avere storie drammatiche alle spalle se si hanno dei figli, la necessità che qualcuno se ne prenda cura è indispensabile. Certo può essere anche un padre, una nonna o un nonno, ma sempre quelcuno ci deve essere.

La carriera è un altro punto dolente perché se le donne scelgono di allattare (cosa che io ritengo un’esperienza meravigliosa), hanno bisogno naturalmente di tempo per farlo, quindi per qualche anno diventa naturale che la carriera del proprio compagno vada spedita mentre tu rimani al “palo”.

Quello che mi piacerebbe molto, come proposta politica, è che alle donne anche a 35, 40 o 50 anni venisse data la possibilità di ricominciare. Tutte le attività del “prendersi cura” dovrebbero acquisire un nuovo valore politico e quindi anche economico. Andrebbe rivalutata l’importanza del loro ruolo sociale, cosa che viene invece sempre sminuita (vi posso raccontare decine di riunioni in cui io non venivo considerata, nonostante anni di studio e nonostante fossi spesso più preparata degli altri presenti, solo perché casalinga). Ma al di là delle possibilità di carriera delle donne che hanno superato i 40 anni, mi piacerebbe che il nostro modello sociale prendesse spunto da questo: dopo anni di comunismo e capitalismo ci starebbe bene “il modello della madre”, quel prendersi cura a tutto tondo anche nell’economia reale delle persone. Si può essere una imprenditrice e curarsi dei propri operai, dei propri studenti, dei propri elettori quando si fa politica: ma veramemte, non a parole.

Modelli industriali di questo tipo ce ne sono già stati ma non fa molto comodo parlarne. Olivetti con i suoi operai aveva fatto questo e Mattei con l’Eni aveva creato un modello di impresa in cui gli utili venivano reinvestiti anche per il benessere di chi lavorava per l’azienda, oggi Brunello Cucinelli lo fa con grandissimo successo.

Non fa comodo a nessuno ricordare queste cose, perché in questo capitalismo sfrenato e rapace si giustifica tutto con il profitto, non importa se è oramai arrivato ad essere senza senso, con una politica spesso venduta e corrotta che difende queste oligarchie del denaro.

L’ economia della madre “sufficientemente buona” (D. Winnicott coniò per primo questo termine, una madre imperfetta ma sana e affettivamente presente) aiuta il figlio più bravo nella sua riuscita e si prende ancora più cura di quello in difficoltà. L’economia della madre non educa alla vendetta ma nella prospettiva della vita futura dei propri figli educa al superamento di questa, come ha fatto e fa tutt’ora Gemma Calabresi.
L’economia della madre non vuole donne che siano “uomini con la vagina” (vorrei che fosse mia ma è sempre di Manuela Bonfanti e dal suo blog), vuole donne che si esprimano al meglio nel mondo reale, dall’economia alla politica con un “paradigma femminile”.

Concludo citando Christine Lagarde dalle pagine del Corriere “Sappiamo che le donne sono più inclini a prendere decisioni fondate sul consenso, inclusione e solidarietà, puntando sulla sostenibilità a lungo termine.”

E allora cosa aspettiamo a proporci come modello per il nostro secolo, non secondo paradigmi di potere esistenti ma con il nostro paradigma femminile, non per il potere in quanto tale ma per creare un mondo migliore?

Io ho quasi 50 anni, ma sono pronta per me e per le mie figlie: e voi? Avete voglia di raccogliere le sfide che ci aspettano e condividere le vostre opinioni e le vostre proposte?

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7 thoughts on “La Cura e il “Modello della Madre”

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  2. Fabrizia solleva una tematica a mio parere importantissima : il ruolo della donna in casa e fuori casa. Chissà perché c’è concomitanza di eventi: a tal proposito sto preparando una serie di post, perché la tematica non si estingue mai. E come mai non si estingue? Perché è tutt’ora irrisolta. Proprio casualmente nel post cito la difficoltà delle donne a reinserirsi nel mondo lavorativo, quasi non avessero fatto nulla di utilizzabile durante gli anni di cura della prole. Chiunque sia stato a casa con figli sa, quanto è difficile gestire il quotidiano e se non lo sanno gli uomini – che poi tengono in ostaggio il mondo del lavoro, quel feudo inespugnabile come lo chiamo io – è semplicemente perché non ci hanno mai provato. Speriamo arrivi presto il giorno in cui per un anno intero gli uomini si occuperanno di figli (perché mica basta una settimana).
    Io un giorno vorrei provare a mandare un cv in aziende scrivendo « family manager »…un po’ per provocazione, un po’ per ribadire che di cose da fare a casa ce ne sono. Di questo argomento discuterò in uno dei pezzi in preparazione (non il prossimo) e vi invito a leggerli e a seguire e partecipare alla discussione.
    Quanto all’amica femminista,il discorso non è affatto nuovo e meriterebbe di essere ripreso per esteso. L’eco è quella di una lotta interna che non vorrei riassumente in modo troppo superficiale, quindi fatemici pensare, ritornerò a riscriverne.

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  3. Sono assolutamente d’accordo con te sulla necessità di creare un sistema più flessibile, che permetta a tutti di ricominciare indipendentemente dall’età. E non solo per chi si prende cura di altri, ma anche per chi ha fatto percorsi diversi. Spero che ci arriveremo noi stesse per prime, anche se l’attività di pioniere genera un po’ di solitudine (dalla mia esperienza di fare mille lavori insieme, sento molta diffidenza, soprattutto nelle culture latine “ma ti pagano?” “ma quindi che lavoro fai?”)

    Una domanda rimane senza risposta nel tuo post: che cosa aspettate, cinquantenni -e quindi al massimo, penso, per intelligenza, esperienza e consapevolezza- a farvi avanti? Mi dispiace ma ne ho viste troppe di donne non solo messe in disparte ingiustamente come racconti tu, ma che si mettono in disparte da sole, che parlano delle opinioni e delle esperienze del marito o di se stesse come mamme e basta. Non emarginate dall’essere casalinghe (Betty Friedman era una casalinga, famose scrittrici sono state all’apparenza casalinghe) ma dall’immagine (e anche dalla frustrazione) che loro stesse hanno di se stesse come casalinghe nei confronti delle persone, uomini e donne che siano, attive fuori casa. Nessuno verrà a prendervi per mano e non capisco perché ve lo aspettiate. Fatevi spazio, fatevi avanti. Se nessuno ti dà la parola: alza la mano, tienila alzata, e prendila.

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    • Gaia ha ragione, ci vorrebbe più consapevolezza delle nostre capacità e più fierezza sui diversi ruoli che incarniamo nel corso della vita. Rispondere alla domanda che lavoro fai è molto complicato, sopratutto in due casi: quando non vieni pagata e quando sei così poliedrica che certa gente fatica ad immaginarsi un mestiere così ricco ed appagante. Quanto alla solitudine,è caratteristica necessaria alla “esploratrice” di nuovi continenti. Pesa un po’ anche a me, ma come dice il detto, meglio sole che mal accompagnate. E comunque non sono sola, a quanto vedo!

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  4. Fa parte di una certa educazione che si riceve fin da piccole. Essere modeste, fare attenzione a quello che si dice e soprattutto a quello che pensa la gente di noi. La ricerca continua di consenso può essere paralizzante e spesso non porta dove si vorrebbe arrivare.
    Come disse Rita Levi-Montalcini citata in occasione del nostro calendario natalizio: “A me nella vita è riuscito tutto facile. Le difficoltà me le sono scrollate di dosso, come acqua sulle ali di un’anatra”! Grazie Rita!

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    • Sì, educazione è la parola chiave. Ci dobbiamo mettere davvero d’impegno per le nuove generazioni. Ma fintanto che le donne non avranno preso coscienza di questo non trasmetteranno niente di diverso alle loro figlie. C’è da lavorare, insomma.

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  5. Care amiche, volevo per prima cosa ringraziarvi per aver dedicato il vostro tempo prezioso per vivacizzare il nostro blog con le vostre opinioni, sono tutti punti di vista così interessanti. La prima cosa che ci tenevo a condividere con voi e’ proprio l’idea che grazie a questi blog (il nostro, quello di Manuela Bonfanti e molti altri ) come dice appunto Manuela e’ vero alla fine non siamo sole e questa e’ già una cosa importantissima a mio parere. La solitudine imposta genera fantasmi, la condivisione genere nuove idee e soluzioni condivise. Poi quello che dice Gaia che abbiamo discusso insieme tante volte: e’ vero siamo noi che dobbiamo faci spazio e farci avanti. Lo stiamo facendo, magari all’inizio un po’ timidamente adesso sempre più convinte che le nostre idee e le nostre azioni hanno valore, anche se per anni abbiamo lavorato “da casa” e lo dico apposta “da” e non “in casa”. Il tema dell’educazione e’ così vasto che credo meriterà un bel pezzo. Perché alla fine talvolta, non sempre, siamo proprio le nostre peggiori nemiche, se non riflettiamo su noi stesse e sui pregiudizi che spesso siamo le prime ad avere anche senza accorgercene.
    Qui c’e’ veramente un campo molto grande su cui discutere anche perché il problema non credo sia solo l’educazione delle figlie ma anche quella dei figli maschi da parte di noi madri.

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