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I nuovi indifferenti e i nuovi desaparecidos

“(..) Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.
“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico. (..)”

Così scrive Igiaba Scego, scrittrice di origine somala sulle pagine dell’Internazionale.
Come darle torto? L’Europa è indifferente: non solo i sempre più aborriti suoi dirigenti – Merkel, Hollande, Renzi, Cameron e gli altri per cui la questione dei migranti non è mai stata una priorità europea – ma anche i cittadini loro elettori e loro non elettori.
Non più 700, ora il numero confermato dall’Onu si aggira sulle 800 vittime: giovani, meno giovani, uomini, molte donne, parecchi bambini, si parla di una cinquantina di bambini chiusi nella stiva.
Numeri affondati nell’indifferenza prima ancora di essere affondati nel mare. Nati senza diritti, senza futuro, per una pura questione geografica.
Assassinati due volte da politicanti xenofobi senza scrupoli, ma anche da una quantità di persone comuni, lavoratori, laureati, persone per bene e produttive, che sfruttano la loro connessione internet solo per applaudire un’ecatombe.
Indifferenza, mancanza di scrupoli, mancanza di solidarietà e umanità.
Ricordiamoci a quale scempio può portare l’indifferenza: oggi sono i migranti, settant’anni fa fu l’Olocausto, quasi cinquant’anni fa fu il fenomeno dei desaparecidos, come dice bene Enrico Calamai, ex ambasciatore italiano in Argentina:

“Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere” (cit.dall’articolo di Igiaba Scego)

Si tratta di uno sterminio, sì, lo sterminio dell’indifferenza che si accoppia con l’opportunismo.
Perché se si lascia che certi scempi, certe tragedie accadano, vuol dire che in fondo ci fa comodo che accadano.
Fa comodo ai politicanti europei che finora hanno sempre negato la possibilità di una risoluzione congiunta del fenomeno migratorio nel Mediterraneo, fa comodo alla gente comune che non vuole nuovi centri di accoglienza a pochi passi da casa loro.
E mi chiedo anche io come si possa guardare una tragedia, due, tre tragedie, con sempre più vittime e rimanere non impassibili, ma impotenti.

“Cosa fare con queste mani?
Una bambina nera galleggia nel mare. Vestita come per andare ad una festa è travolta dalla morte.
Cosa fare con queste mani? Io so cosa fare con la bocca e gli occhi e anche le idee, ma cosa fare con queste mani?
E ci saranno dichiarazioni e vertici inutili, ancora una volta arriveranno promesse sterili.
Ma nessuno dirà che sono neri quelli che galleggiano nel Mediterraneo e che il loro destino non ci interessa.
Poi penso al Che in Angola, uno che sapeva cosa fare con le sue mani.
Penso a questi internazionalisti cubani che si giocarono la propria vita in Africa, che ora sono dimenticati e persino espulsi dalla storia. Loro seppero che cosa fare con le loro mani.
Continueranno a vendere diamanti di sangue nell’opulento Occidente, e il Nord del mondo continuerà a consumare i telefoni cellulari di ultima generazione, senza vedere il gocciolante sangue africano.

Mentre questa bambina africana è cullata dal mare della morte, nelle borse salgono le azioni delle miniere di coltán, e le buone coscienze della benestante società del benessere guardano da un’altra parte.
E mi chiedo cosa fare con queste mani”

Luis Sepúlveda, sulla foto di una bambina nera morta nell’ecatombe di sabato scorso, traduzione di Daniele Lamuraglia.

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