Esperienze

Queste cose le fanno le altre

Per troppo tempo ho creduto che avrei dovuto farcela con le mie forze.
Essere preparata, essere organizzata, essere previdente.
Mi hanno allevato come si può allevare una bestia da soma, a credere nella necessità di un qualsiasi lavoro dopo gli studi e nel ringraziare il cielo per avermi mandato il posto fisso.
Mai una parola nel credere in se stessa, mai un “abbi un progetto e portalo a termine”, mai un “sii ambiziosa”.
No.

Mi hanno sempre detto “pensa a studiare prima”, “non prendere nessun tipo di lezione di un argomento che non sia inerente allo studio o usufruibile nello studio, nemmeno se l’insegnante abita dietro l’angolo, perché lo studio è più importante di tutto.
Poi cresci con genitori che mentre ti ricordano la necessità di avere degli interessi, ti scoraggiano appena li metti al corrente di voler praticare un’attività di tuo interesse, se non addirittura te la rifiutano.

Diventi una giovane donna in un ambiente provinciale, dove il valore principale è il lavoro a qualsiasi costo, lo stakanovismo e l’ossequio del capufficio, dove il massimo delle aspirazioni consentite a una donna che non sia né povera né ricca sono un impiego in un’azienda locale, al limite l’insegnamento e un marito o ingegnere o imprenditore, o entrambi. Le uniche vere donne in carriera di mia conoscenza si laureavano in legge e si sbobinavano la trafila del praticantato con il sogno di diventare un giorno avvocatesse, per sposarsi poi alla fine con un imprenditore o un commercialista già avviato e dedicarsi all’insegnamento. Poche arrivavano a crearsi una propria attività di libera professionista e anche quelle poche, quasi mai con le sole proprie forze. C’era sempre dietro o la famiglia o un marito a sovvenzionare e ad aiutare.

Ad ogni modo, è necessario “non avere grilli per la testa”, ovvero non avere idee proprie.
Soprattutto non mettersi mai in politica.
È stato il mio primo divieto categorico, espresso da mia madre.
“Non metterti mai in politica, non entrare mai in nessun movimento studentesco, non avere mai a che fare con i partiti politici”
E non fare beneficenza.
La parente che, in un impeto di generosità e di coerenza cristiana cattolica, offrì la vecchia casa di famiglia – dove nessuno abitava – a dei profughi vietnamiti sfuggiti dalla guerra fu criticata per anni e considerata pazza. Il suo, secondo loro, fu un gesto deprecabile che svalutò la casa nel mercato immobiliare del paesotto in cui si trovava, e perfino il fratello prete ne deprecò la sprovvedutezza.
Chi prestava volontariato era guardato con commiserazione prima ancora che disprezzo, come qualcuno di poco cervello, facilmente indottrinabile.
Insomma, cura l’orticello, e fa’ solo il bene dei tuoi familiari. Gli altri non contano.

Riuscire ad andarsene è la prima cosa da fare, l’unica che rimbalzava fin dall’adolescenza.
Non me ne sono andata per spaccare il mondo: non avevo un progetto, non volevo essere che so io giornalista o imprenditrice, o chissà qual altra figura “sveglia” – non mi sarebbe mai potuto passare per la testa.
A queste cose non ho mai aspirato, perché ho sempre vissuto nella convinzione che queste cose le fanno le altre. Non io.
Se a “Queste cose le fanno le altre. Non io” cambio il pronome personale alla fine, diventano le parole di una madre o di mia madre “Queste cose le fanno le altre. Non TU”
Il freno, l’inibizione materna e familiare che si mantiene, si protrae nel tempo.
La convinzione indotta che non si possa fare.
Cosa “non si può fare”? Qualunque cosa. Qualunque cosa vada al di là dei binari del già fatto, del già detto, del già sentito. E il già sentito è il già consentito.
Non me ne sono andata per spaccare il mondo, me ne sono andata per respirare.
E invece di respirare aria fresca, così pensavo, trovo le stesse inibizioni, le stesse sbarre, gli stessi “non si può fare” o meglio “tu non lo puoi fare”, nelle persone che incontro ogni giorno: amiche e amici, conoscenti, colleghe e colleghi.

Vi ho fatto questa lunga premessa, per ricordarvi, se mai ce ne fosse bisogno, che ci sono tante donne sole come me, senza un marito su cui contare, senza le gioie (e gli oneri) di una famiglia propria, senza santi in paradiso, né familiari che contino socialmente e economicamente.

Quante volte leggiamo che noi donne dobbiamo essere preparate e ambiziose.
Ma io mi chiedo: come può una donna sola, senza marito, senza famiglia e senza censo familiare, il più delle volte incastrata in lavori necessari ma non gratificanti, essere preparata e ambiziosa, se in pratica questo tipo di donna è trasparente, se agli occhi della società e anche della società femminile non esiste? Cioè, se non viene nemmeno incoraggiata, se manca perfino il supporto delle altre donne del suo circolo di conoscenze?

Devo ripeterlo, per essere ancora più chiara: una donna sola, benché ambiziosa e preparata, ma senza un posto sociale economico acquisito o per via del marito o per via familiare, non brilla ed è trasparente, è per lo più ignorata.
La stessa maggioranza delle donne, potendo scegliere di collaborare professionalmente o di relazionarsi personalmente, a parità di preparazione e merito, sceglieranno figure femminili più “sostanziose”, più “socialmente riconoscibili” e “prestigiose”, spingendo inevitabilmente e sempre di più nell’ombra e nella trasparenza, quelle che non lo sono ancora.
Così succede che siamo per prime proprio noi donne a metterci delle barriere fra di noi, invece di sostenerci vicendevolmente.

Non tutti gli uomini sono uguali, ma nemmeno tutte le donne lo sono.
Quante volte capita alle donne sole di sentirsi escluse, dalle donne sposate, dalle donne con i figli, dalle donne con un potere o una posizione.
Diciamocelo chiaramente: quante volte succede che le donne sposate o con figli o con potere cerchino di relazionarsi soltanto con donne sposate o con figli o con potere.
Non è forse così? Che si tenda a fare rete e lobby solo fra omologhe? Perché non lo diciamo una volta per tutte?

Bene, sarebbe bello che almeno le donne che credono nell’importanza dell’emancipazione femminile mettano in pratica un sostegno reciproco, attuino un primo abbozzo di rete e di lobby, ricordandosi di quelle donne forse meno fortunate ma non meno preparate, e non meno ambiziose.
Altrimenti, subdolamente, ricadiamo tutte, ma proprio tutte, fortunate e meno fortunate, nel sistema professionale e relazionale antifemminile che a parole vogliamo scardinare.

Perché il sistema antifemminile, l’inibizione professionale e personale è prima di tutto nel nostro cervello, nel cervello di noi donne.

Il cammino di una donna sola

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11 thoughts on “Queste cose le fanno le altre

  1. Strano. Ad un certo punto della mia vita in effetti non ho piu’ sofferto di quella esclusione, che è cosi’ chiara in quanto vissuta con dolore, ma ho capito che ero io ad evitare l’inclusione, in una società che mi avrebbe privato della mia libertà di pensare, di agire, di essere.
    Sono “autonoma” da quel punto di vista.
    Profondo e denudato pezzo : ma non riesco a trovare nella lettura di questo scritto cosi’ umano e vero la considerazione del concetto di “autonomia”.
    Per me fondamentale il concetto di “autonomia” per una donna in particolare che come te ha rinunciato durante gli anni in cui “tutte appunto si sposavano e si facevano una famiglia”, si sentiva oppressa da quella struttura sociale, obbligatoria in Italia.

    Orfana di madre, e nessuna famiglia o parente relazionabile, nessuno. Punto.
    Dovevo sbrogliarmela da sola, facendo il lavoro del cuore : vendere libri stranieri…cercare di farli leggere.
    Missione fallita per me e la mia categoria decimata in Italia.
    E allora cosa fare? Piangere sulla propria condizione invisibile ai piu’, o rimboccarsi le maniche e rifarsi le idee : studiare strategie ed attuarle al fine vero : l’autonomia.
    La “libertà dal bisogno” di Marcuse, che nella schiavitu’ dell’Uomo a una dimensione, mi apri’ a un mondo, MI LIBERO’. Proprio l’autore icona della sinistra, in effetti mi indicava la strada per liberarmi dalle strutture sociali,la scuola , la famiglia, comprese quelle del salario fisso, della pensione, dell’attesa che altri si occupino della mia esistenza.
    Ma no : la mia esistenza è la mia e quella di pochi miei cari, non puo’ dipendere da una pensione, o stipendio che mi garantisce qualcuno….E non aspetto gli aiuti nemmeno dallo Stato, ma organizzo la mia autonomia, la mia indipendenza.
    Ho vissuto a partire da una certa età con quel “must” in testa.
    Ho cominciato dall’università a pagarmi i corsi con dei lavoretti in nero…lavoravo a maglia per le riviste specializzate, e ben presto fui io ad organizzare la produzione per un mio piccolo giro d’affari…Ma lo Stato Italiano ha sempre impedito questo slancio con tasse insostenibili. E allora dovevo rinunciare e tornare ad elemosinare un lavoro retribuito da altri….Cosi’ fu anche per l’apertura della mia commissionaria nel “91, tentativi di autonomia economica e di impresa femminile, la mia, fallite in Italia.
    La questione dell’autonomia delle donne, e anche degli uomini, è un problema politico, oltre che filosofico.

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    • Flavia cara, la libertà dal bisogno è libertà assoluta, e, paradossalmente, visto la chiara origine ideologica, proprio dall’ideologia stessa. Ideologia vista come dottrina, come dogma, come insieme di valori e credenze immobili e incancrenite – quelle che ti indicano cosa fare e cosa appunto non puoi fare.
      Ma costa tutto questo, eccome se costa. Mi convinco però che le donne sole e trasparenti possono farcela, se si riconoscono e si sostengono. Hai ragione a dire che è anche un problema politico!

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  2. Un post molto denso, non saprei da dove iniziare a commentare senza scrivere un trattato…mi limito dunque alla prima frase, che mi pare essenziale: farcela da sola. Io credo che fa parte del bagaglio delle donne socialmente attive la forza di farcela da sola. Si tratta di una conquista necessaria. Una volta acquisita, però, è vero che dovremmo aiutarci vicendevolmente. Se ciò non accade è perché crediamo sempre di… potercela fare da sole. Grazie per aver condiviso la tua esperienza pubblicamente.

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    • Brava Manuela! Per ricollegarmi con quanto detto da Flavia prima: l’autonomia. L’autonomia viene spesso scambiata per indipendenza, con il “farcela da sola”…però in realtà nessuno ce la fa da solo! E nemmeno da sola.
      L’autonomia dovrebbe essere intesa come autonomia di pensiero, questo sì, spirito critico e all’occorrenza spirito di contraddizione – ma a questa autonomia si dovrebbe aggiungere lo spirito di solidarietà e di condivisione.

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      • grazie per la giusta distinzione tra autonomia e indipendenza. Anche io ho trascorso una buona parte della vita pensando di non aver bisogno di nessuno e questo rafforza parecchio, perché sai che ce la puoi fare comunque, ma è solo quando mi sono permessa di mostrare che non sono un’isola che i ponti hanno iniziato a formarsi! Vorrei che le donne fossero un arcipelago!
        ps: ogni tanto fate un giro sul mio blog e se qualcosa vi interessa lasciate un commento, perché mi sembra di lavorare.. in autonomia… con rari spazi di vera discussione (le lettrici ci sono ma si stenta a condividere esperienze e opinioni).

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  3. Mettiamo subito le cose in chiaro. Io sono l’altra. L’altra, quella a cui fa riferimento la madre, e poi Anna stessa, dicendo queste cose le fanno le altre.
    Presente!
    Sarà che io sono dall’altra parte, ma io vedo più donne che non ne hanno alcun motivo eppure si fanno trasparenti dietro al marito (mie coetanee trentenni che cambiano il nome anche in Paesi come l’Italia dove la legge prevede un’uguaglianza del cognome, donne che dicono “mio marito al lavoro fa così” “me lo ha detto anche mio marito” ), che nel 21 secolo vivono dietro al proprio uomo, alla propria famiglia, e che criticano e cercano di mettere al proprio posto quelle che come te e me non lo fanno.

    Io e te, a dispetto di storie diverse, viviamo prima di tutto per noi stesse.
    Secondo me la spaccatura è fra donne autonome (riprendendo l’autonomia che la nostra lettrice Flavia ha usato nel commento) o che cercano di esserlo, e donne che non lo sono, non vogliono esserlo e non perdonano alle prime di volerlo essere.
    Quando pensi che ti escludano perché sola, perché senza potere, a me viene da pensare che ti escludano anche perché autonoma, e quindi pericolosa, per loro stesse, per l’immagine che hanno di sé, e che tu rovineresti con la tua solitudine/autonomia/voglia di visibilità.
    Forse sono finalmente riuscita a condensare quello che volevo dire!

    Quindi grazie, Anna di percorrere questa strada con me, di fare convergere le nostre storie, le nostra facce, sulle Donne Visibili.
    Alla faccia di chi ci vuole incompatibili, noi trasparenti e vistose.

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  4. E aggiungo: io riconosco di essere anche motore -anche se spesso involontario-dell’esclusione, non voglio essere ipocrita. Ma a me, a noi, alle “altre” puoi sempre dire “guardami”, a noi puoi impedire di ignorarti. Ci puoi anche rendere meno cieche.

    Io vorrei metterti in guardia dal cercare la compagnia o il sostegno di coloro che ti accolgono finché rimani l’amica trasparente ma pronte a voltarsi appena diventi visibile.

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  5. Cara Anna, il tuo articolo „autobiografico“ mi ha fatto venire in mente una mia conoscente di Berlino. Nonostante avesse uno stipendio modesto come assistente universitaria, abitava in una delle zone piú eleganti del centro, indossava abiti firmati, viaggiava. Faceva qualche piccolo lavoro come libera professionista. Non riuscivo a capire come potesse farcela. Lei sottolineava che tutto ció che faceva se lo era faticosamente sudato. Scoprii piú tardi che era la rampolla di una delle famiglie piú ricche della Germania. Perché non ammettere: sì, sono una donna fortunata, in effetti senza l´aiuto dell´impresa di mio padre non potrei essere qui e fare quello che faccio. Perché far finta di…
    Giocare a carte scoperte é faticoso, ci vuole coraggio ma alla fine ne avremmo tutte un ottimo riscontro. La nostra forza sta nella nostra diversità + trasparenza + solidarietà reciproca.

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