Esperienze

Rivoglio la mia vita!

La maternità è una vocazione come un’altra. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alla donna.
Anais Nin, 1940.

Una mia carissima amica ha appena partorito la sua seconda figlia. M è un modello nel mio gruppo di amiche. Non solo è l’unica ad avere figli, ed ad averlo fatto anche prima dei trenta.
A sentire il racconto del parto, ci siamo dette: “noi vogliamo ascoltare solo te” pensando ai modi truci in cui altre lo descrivono.
M è bella prima dopo e durante le gravidanze. Ma soprattutto è felice. Non che dorma dodici ore a notte o non si faccia prendere mai dallo sconforto. Ma M trasmette la sua felicità e soddisfazione. E sono sicura che tornerà ad un lavoro che ha scelto.
E poi M dice la verità, nei momenti belli ed in quelli difficili.
Ma M è solo una faccia della maternità. Non tutte le donne sono M.

Una ricerca pubblicata dal sueddeutsche zeitung svela le inquietudini delle donne che rimpiangono di essere diventate madri. “Regretting motherhood”, ha chiamato il suo studio la scienziata israeliana Orna Donath, che ha parlato con quelle donne che non lo rifarebbero. La cosa che più mi ha colpito delle testimonianze e della ricerca è il fatto che queste donne non possono esprimere la loro tristezza e la loro frustrazione perché ritengono di non avere il permesso neanche di pensarlo. La pressione sociale sulle “gioie della maternità” è troppo forte. Leggere le esperienze di queste donne mi ha fatto riflettere sul concetto di maternità in generale.

La differenza fra un bravo "padre di famiglia" (a sx.)  ed una "madre snaturata" (Rabenmutter, a dx.) , disegno di Yang Liu, dal libro Mann trifft Frau, che mi ha regalato Lilly

La differenza fra un bravo “padre di famiglia” (a sx.) ed una “madre snaturata” (Rabenmutter, a dx.) , disegno di Yang Liu, dal libro Mann trifft Frau, che mi ha regalato Lilly


Secondo me dobbiamo cominciare a capire che dire: “rimpiango di essere diventata madre” non significa amare di meno i propri figli. È questo che le donne intervistate da Donath cercano di esprimere. Forse la maternità non era per loro.
E noi che non abbiamo figli dobbiamo riflettere sull’esperienza di queste donne con onestà.

Il che mi rimanda ad un appello più generale: potremmo smettere di glorificare la maternità? Il mito della maternità? E soprattutto: possiamo smettere di definire la donna attraverso la maternità? Lo dico a tutti. Guardate come viene definita su Repubblica (mica il giornale della parrocchia, anche se…) Samantha Cristoforetti, astronauta, pilota militare, ingegnera, donna che ha passato in assoluto più tempo nello spazio, e sicuramente tante altre cose che adesso mi dimentico:

“Con la delicatezza di un parto complicato e la tenerezza fragile di una bambina uscita dal grembo dello spazio, Samantha è tornata alla madre terra, tra le braccia di omoni russi che la coccolavano e la ripescavano dal piccolo pozzo di metallo piovuto dal cielo” V. Zucconi, La Repubblica, 12.06.2015
Insomma, una conquista lo spazio, e viene associata a maternità-parto-fragilità fra le braccione degli omoni!

Lo dico anche ad alcune madri, che io trovo particolarmente irritanti, e qui mi aspetto critiche a destra e a sinistra. Smettetela di definirvi attraverso la maternità! Ti dicono: “la maternità è la cosa più bella che potrai mai fare nella tua vita” ma allo stesso tempo poi aggiungono: “lo farei anch’io quello che fai tu ma io mi devo sacrificare”.

Ecco, il sacrificio. Perché parlare di sacrificarsi, non è stata forse una scelta consapevole? Parlo di uomini e donne occidentali, con a disposizione ospedali, informazione e contraccezione.
Siccome sono pavida 😉 utilizzo le parole di altri, di scrittrici e scrittori che hanno deciso di non avere figli, da un saggio “Selfish, shallow and self assorbed” che ho scoperto sul sito brainpickings. (La traduzione è mia)

“Il sacrificio è parte del vocabolario del genitore.
[…] dopo un paio di anni da genitori, le persone diventano incapaci di dire quello che vogliono fare in termini di quello che vogliono fare.
Le loro preferenze possono solo essere articolate in termini di una gerarchia di obblighi – anche se è adempiendo a questi obblighi – (fare visita ai suoceri, stare a casa coi bambini) che raggiungono quello che hanno desiderato.
Questo significa, come i genitori potrebbero pensare, che io sono solo troppo egoista? […]
Non avere figli è visto come l’egoismo supremo, come se chi ha figli si stesse sacrificando magnanimamente in un valoroso tentativo di assicurare la sopravvivenza della nostra specie in via di estinzione su questa isola quasi deserta. La gente cresce figli perché vuole, ma sottolinea sempre quanto sia difficile.”

Geoff Dyer interpellato da Meghan Daum per “Selfish, shallow and self-absorbed”

Inoltre per me l’uguaglianza di genere è una precondizione di una maternità serena. Se non risolviamo quella, io mi vedo a dalla parte delle madri di cui parlavamo sopra.
L’utero sarà anche mio, ma le faccende domestiche non si fanno con l’utero, mi sembra (non sono ferratissima, lo ammetto). E questa uguaglianza, che io pure avrei, non può arrestarsi alle mura di casa.
Per questo oggi avrei dubbi ad avere un figlio in Italia, od in qualunque altro paese che non riconosce l’uguaglianza del congedo parentale alla nascita dei figli. In un paese dove gli uomini sono prima di tutto uomini e poi padri, e le donne madri e poi donne. Non solo per imposizione degli altri, eh, ma anche per scelta propria.

Per noi la maternità è una scelta di vita, che si può fare o meno, e questa scelta è un lusso e una fortuna che non dobbiamo sottovalutare trasformandolo in un obbligo. Ecco, perché una scelta sia vera, entrambe le alternative devono avere la stessa validità.
La possibilità di scegliere è una cosa che tante donne al mondo possono appena sognare. Questa scelta ci può anche essere negata dai nostri corpi, talvolta. Se ce l’abbiamo, teniamocela stretta.
Onorare questa libertà implica riconoscere pari dignità a coloro che fanno una scelta opposta alla nostra.
E invece mi sembra che la non maternità venga troppo spesso considerata una situazione di serie B. E si ritorna all’esclusione di cui parlava Anna la scorsa settimana. L’esclusione di quelle amiche che non hanno potuto o voluto avere figli.

E voi cosa ne pensate?

Prima di lasciare spazio ai vostri commenti, una richiesta.
Smettetela anche di dirmi: cambierai idea. Se potessi avere tutto, io sceglierei di essere M, ma vorrei essere rispettata anche se facessi una scelta diversa, ed ascoltata e sostenuta se invece mi capitasse mai di essere una delle donne che non possono urlare “aiuto, rivoglio la mia vita”.

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17 thoughts on “Rivoglio la mia vita!

  1. Un pezzo molto bello e che condivido! La maternità è un aspetto della vita di una donna, non il suo centro e fine come ancora moltissime donne (e uomini) sembrano credere. Io ho scelto di diventare mamma a un’età in cui le mie compagne di scuola hanno già almeno un paio di figli in età scolare e fanno le mamme a tempo pieno. Prima avevo altri obiettivi, altri viaggi, altre avventure per poter pensare di investire un anno o più della mia vita in mal di schiena e poppate: ma a un certo punto ho deciso di aggiungere questa avventura alla mia vita. Sono felice, tra due mesi avrò un bambino e non vedo l’ora di affrontare questa nuova vita; ma in qualche modo avverto il lieve disagio che le “già mamme” mi trasmettono guardandomi in modo diverso da prima, come se finalmente avessi superato una sorta di iniziazione a un club che prima mi era precluso. Ma io non voglio farne parte: io rimango la stessa persona di prima, naturalmente con tutte le complicazioni e gioie del caso, ma non annullerò me stessa nel nome della maternità.
    Margherita

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    • Ciao Margherita, grazie del tuo contributo! Io la vedo proprio come te, tu sei tante cose, fra cui presto anche mamma. Certo talvolta sarai più mamma che altro, ma sarebbe una gran perdita per tutti, anche per il tuo bambino secondo me, se ad esempio, tu abbandonassi il podio (si chiama così?) da direttrice d’orchestra!

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  2. Diventare madre é una esperienza così complessa che é quasi impossibile da descrivere. Nonostante sono convinta che per essere donna non sia necessario diventare madre, non credo proprio sia una vocazione come un’altra .È chiaro inoltre che nessuna donna “madre” la penserà come un’altra sulla sua esperienza. I sentimenti che si provano durante la vita di madre sono spesso contraddittori e credo che debba essere permesso . Anche avere una gravidanza difficile, un parto doloroso e da dimenticare….tutto questo puó succedere….secondo me é utopico dire voglio diventare madre solo a certe condizioni, perché fare un figlio é una scommessa, non sai come diventerai come madre insomma. Certamente oggi é possibile scegliere se diventarlo o no, ma questa scelta non é basata sul soppesare logico dei vantaggi e degli svantaggi, ma anche su motivazioni che ribollono nel nostro io, profondo, emotivo.
    In un certo modo é una rinascita più che una prosecuzione del proprio cammino cosí come lo si era immaginato o desiderato prima. Ho un rapporto molto buono con le amiche della giovinezza, quasi tutte non hanno avuto figli, con loro parlo anche di problemi educativi, personalmente non precepisco questo problema dell’esclusione anche se posso immaginare che esista. A volte credo di sentire in alcune di loro il rimpianto, io invidio , anche se raramente, la loro libertá, anche se sono sempre stata consapevole che omnis determinatio est negatio, ovvero non si puó avere ed essere tutto nella vita. Anna.

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  3. Margherita, avevo scritto senza leggerti….ti auguro buona fortuna per il gran momento e di realizzare la tua maternitá come desideri, Io sono una di quelle madri che si é annullata, ma anche questa esperienza ritengo sia stata determinante per la mia vita e resa inevitabile dalla mia storia personale,Ogni donna è diversa, non credo esista un modello di madre cui dover tendere.

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      • nulla, crescendo i miei figli ho rivissuto la mia infanzia complicata, in questo senso sono loro grata perché mi hanno aiutata a capirmi.L’annullarsi inteso anche come una sorta di rifondazione quindi. Porsi come adulto stabile nell’educare un figlio non é affatto semplice, bisogna accettare l’idea della sorpresa, del cambiamento, e anche del fallimento.

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  4. Durante il mio percorso di madre, ciò che ho verificato spesso in altre madri é stata la loro solitudine e il loro isolamento per scelta o subito. Questo credo sia al di la di tutto l´aspetto più difficile da sopportare. Per questo per me é sempre stato importante creare una rete tra madri. Oggi si potrebbe dire una rete tra madri e padri che si aiutino reciprocamente. Sarebbe utile per tutti , per i genitori e per i figli.

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    • Infatti Lilly, e come tu dici spesso, è una cosa che dovremmo imparare dalle culture del sud dell’Africa, dove il figlio è della famiglia in senso largo, e della comunità. Cosa manca perché succeda? Abbiamo paura di chiedere?

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      • ma io in germania ho portato i bimbi subito al nido, questa dovrebbe essere la risposta della nostra società al problema

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  5. Eccomi, finalmente. Sono sacre parole, le tue, Gaia.
    Purtroppo è così, spesso la maternità è glorificata a tal punto da escludere altre donne. Ogni cosa a una mamma è perdonata. Leggevo qualche settimana fa l’articolo di una donna senza figli che segnalava ad esempio come si tenda negli uffici a oberare le donne single, a parità di ruolo e incarico professionali con colleghe sposate e mamme, perché “tanto hai sicuramente più tempo libero delle tue colleghe mamme”. Sicuramente non sarà il caso di tutte le donne single lavoratrici, ma altrettanto sicuramente, quante volte succede?
    Sarebbe bene considerare le donne in quanto donne e non possibili mamme. Sarebbe bene, in fondo, che la donna possa **scegliere**, finalmente, non seguire un percorso già indicato.
    La maternità deve essere una scelta, non un obbligo – lo stesso valga per le donne single per forza, che vogliono diventare mamme magari, ma non possono per problemi fisici o economici.

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  6. Pingback: Se indietro non si può tornare – ancora qualche riflessione sulla maternità | Le Donne Visibili

  7. Sono diventata mamma a 39 anni, desiderosa e felice di esserlo. L’idea della maternità è sempre stata presente nella mia vita, ma fino ai 35 anni circa è stata solo un’idea, appunto. Poi è diventata un’esigenza, un concreto bisogno.
    Non sono una persona semplice, non lo sono mai stata. Ho sempre vissuto la mia vita inseguendo sogni, a volte realizzati, a volte rimasti sogni, fra grandi gioie e anche grandi travagli (altro che quelli del parto!!!). Ma sempre e comunque vissuta con emozione, consapevole di essere (e di sentirmi) privilegiata per tutto ciò che ho potuto realizzare, per le persone incontrate, per i viaggi fatti…e tanto altro ancora.
    E ora, mamma.
    Donna, anche. Professionista, anche. Ma ora soprattutto mamma.
    Mentre scrivo, con una sola mano, con l’altra tengo il mio piccolo di 5 mesi e mezzo sulle mie ginocchia. Lo osservo, lo stringo, e il mio cuore è colmo di tenerezza e amore. Autentici.
    Ma anche di voglia di tornare al mio lavoro, alla mia vita piena e felicemrente frenetica…Proprio ieri, dopo averci riflettuto a lungo, ho rinunciato a un bellissimo lavoro che mi avrebbe costretto a viaggiare con cadenza mensile. Avrei potuto portare con me il mio piccolino, ma cosa avrebbe significato per lui? Lontano dal padre e dalla sua piccola ed accogliente casetta per qualche giorno ogni mese, costretto a viaggi non scelti da lui…e allora ho rinunciato. Parlandone con mia mamma, lei ha esclamato: “a quanti sacrifici sono chiamate le mamme! E spesso neppure riconusciuti…” Per me è stato un sacrificio? Assolutamente sì…ho rinunciato ad un lavoro che amo, a viaggi per me ricaricatori, per un piccolo esserino che ha bisogno ancora e soprattutto di me. E allora mi “sacrifico” con serenità, consapevole che si tratta solo di un momento, non di una vita. Consapevole che il mio piccolo, togliendomi tempo e spazi, mi dona Tempo e Vita.

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  8. Tutte le volte che vivo una bellissima esperienza desidero che le persone a me care possano viverla pure loro, gioirne ed essere felici come lo sono stata io. La maternità, per come la sto vivendo, è proprio una di quelle esperienze che io augurerei alle persone cui voglio più bene. Probabilmente sono stata fortunata ma quando penso, prima al mio essere figlia nella mia famiglia di origine, e poi al mio essere genitore nella famiglia che ho costruito con mio marito, non trovo nulla di più emozionante, intenso, interessante, impegnativo, gratificante.. Cosa sarebbe ad esempio oggi la vita dei miei genitori se avessero scelto di non fare figli? Un carriera, tante cose costruite insieme. Ma per chi ? Che cosa rimarrebbe della loro vita?
    Io non ho nessun pregiudizio nei confronti di chi non sceglie la maternità, penso che sia legittimo e altrettanto rispettabile. Direi meglio essere consapevoli delle proprie scelte anziché forzarsi per seguire ciò che la famiglia, società o cultura cerca di imporci. Certo sapere che proprio mia sorella potrebbe fare questa scelta mi colpisce molto e un po’ mi spiace perché non scegliendo la maternità rinuncerà in modo definitivo a una esperienza di vita enorme e grandiosa. Io sono una donna che ha studiato, che fa un lavoro impegnativo, a tempo più che pieno, sono ambiziosa e sono una di quelle donne che, pur sapendo bene che non si può avere tutto, cerca comunque di averlo. Non parlerò qui delle difficoltà e della fatica che questo a volte comporta perché è chiaro che ci sono. Alla fine di ogni giornata però so con certezza che l’unica cosa che mi fa sentire pienamente realizzata sono le mie tre figlie anche se questo non vuole assolutamente dire che il fine della mia vita sia stata maternità.
    In conclusione non è vero che donna realizzata debba per forza significare mamma ma una donna realizzata sia come persona che come mamma secondo me è il massimo cui aspirare!

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    • Tu dici -semplifico- siccome è una cosa che mi ha reso felice, vorrei che la provassi anche tu. Il che è naturale, ma presume che quello che rende felice te renda felice anche me. O che quello che rende felice la maggior parte delle donne e degli uomini, renda felice ogni donna o uomo. Vorresti che lo volessi, perché poi sarei felice. Però appunto, se lo volessi. Sembra contorto ma mi sa che ci siamo capite lo stesso.
      Poi forse per te essere una sorella maggiore è stato un apprendistato da mamma, alla fine so che vuoi per me quello che voglio io, qualunque esso sia.

      Non capisco però il vedere il figlio come motivazione per lasciare una traccia nella vita degli altri:
      “.. Cosa sarebbe ad esempio oggi la vita dei miei genitori se avessero scelto di non fare figli? Una carriera, tante cose costruite insieme. Ma per chi ? Che cosa rimarrebbe della loro vita?”
      Questo “ma per chi?” mi trova in disaccordo e non mi piace.
      Come se la motivazione verso l’altro debba essere spinta dal fatto che questo altro appartenga alla nostra discendenza, ai “nostri” figli, biologici o adottivi.
      Penso che la mia vita abbia senso per gli altri anche se non ho discendenti, penso che le mie azioni abbiano senso. Ad esempio ho iniziato le Donne Visibili non solo per me ma per le mie contemporanee e per le donne che verranno, non importa che io le conosca o no. Forse il mio lavoro sarà utile per le mie nipoti, e ne sarei contenta, ma ne sono ugualmente contenta se sarà utile per donne non mi hanno mai incontrata. La nostra vita e il nostro contributo alla società possono avere un senso a prescindere, la nostra vita può rimanere con il ricordo delle nostre azioni. A me ad esempio dà soddisfazione fare da mentore alle giovani donne e ai giovani uomini. Per un periodo breve, magari qualche mese, non sarà certo l’impronta di una mamma, magari poi si dimenticano come mi chiamo, ma non penso che questo significhi che della mia vita non rimane nulla. Ho anche più soldi e tempo rispetto a se avessi figli e questo mi permette di sostenere cause per il bene di tutti, come la lotta all’inquinamento, la parità di genere e la libertà di espressione e informazione. La mia vita rimane, comunque, per chi ne beneficerà, anche senza conoscermi.

      Adesso non trovo l’articolo ma ho letto più volte che proprio le persone senza figli (per scelta o situazione) sono quelle più impegnate nel sociale, perché chiaramente hanno più tempo e così invece di fare tantissimo per poche persone fanno poco per tante persone. Non penso in nessun modo che questa esistenza rimanga meno di altre. E’ solo diversa dalla maggioranza, ma altrettanto benefica per loro stessi e per gli altri. In alcuni casi di più, in altri di meno.

      Sarà per questo che io mi vedo eventualmente più come una mamma adottiva di un bimbo la cui mamma non ce l’ha fatta, o come mamma affidataria. E anche se/quando avrò un figlio biologico spero che la mia vita rimanga al di là di lei o di lui.
      Oppure mi vedo come spalla per le amiche e i loro figli, o per le mie sorelle o nipoti, cosa che riconosco non ho avuto la maturità di fare fino a poco tempo fa ma che mi piacerebbe molto. Quindi questo è anche un invito pubblico a mandarmi le tue figlie 😉
      Come dice Lilly ci vuole un villaggio, e in un villaggio c’è la mamma, la zia, l’insegnante, la guida, l’esempio, la ribelle, l’autorità…
      In ogni caso ti ringrazio per questo commento che a distanza di anni mi ha aiutata a chiarirmi le idee.

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  9. Pingback: Tanti auguri a noi! La mia vita da Donna Visibile | Le Donne Visibili

  10. Tutto vero, per quelle donne che non sentono la necessità o il desiderio di avere figli. Tutto assurdo per le donne che hanno sempre avuto desiderio di avere figli, ma hanno dovuto arrendersi all’evidenza: figli non ne arriveranno, punto e basta. Che sia l’orologio biologico, che siano problemi di salute o relazionali o cos’altro, ma comunque la vocazione della loro vita è destinata a naufragare sugli scogli della realtà. Forse anche su questo bisognerebbe scrivere un libro. La maternità non va glorificata, è vero, ma nemmeno disprezzata, aborrita come se fosse la peggior disgrazia. Tutti sbagliamo e paghiamo per i nostri sbagli di valutazione. Ma insisterei con il medesimo accanimento (Donath docet) sul rimpianto di chi ha desiderato qualcosa con tutte le sue forze, restando a bocca asciutta.

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    • Certamente, e una cosa non esclude l’altra, anzi invoco solidarietà per le donne che non possono avere i figli che desiderano. Infatti ho scritto: “La possibilità di scegliere è una cosa che tante donne al mondo possono appena sognare. Questa scelta ci può anche essere negata dai nostri corpi, talvolta. Se ce l’abbiamo, teniamocela stretta.
      Onorare questa libertà implica riconoscere pari dignità a coloro che fanno una scelta opposta alla nostra.
      E invece mi sembra che la non maternità venga troppo spesso considerata una situazione di serie B. E si ritorna all’esclusione di cui parlava Anna la scorsa settimana. L’esclusione di quelle amiche che non hanno potuto o voluto avere figli”
      Non vedo accanimento nell’articolo e neanche in quelli citati, però, e neanche disprezzo della maternità, che è la scelta che molte di noi hanno fatto o avrebbe fatto se avessero potuto. Sono semplicemente per una scelta consapevole e per il rispetto delle scelte di tutte, felici o pentite.

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