Esperienze/Notizie

Se l’Europa ha perso la bussola

Premetto che non ho verità in tasca e sono piena di dubbi riguardo l’argomento di cui tratterò, ma credo sia un gesto di onestà dire quello che penso, magari sbagliando.
Avrei voluto scrivere di tutt’altro, era già pronto un pezzo molto intimo sul corpo femminile – ho pensato però che questo momento è troppo serio e troppo cupo per guardarmi l’ombelico e tacere quello che penso, non perché sia di per se importante (è solo un punto di vista) ma perché possa nascere una discussione che sia diversa da quella che si legge tutti i giorni sui nostri quotidiani allineati al nulla.

Oggi per farmi forza mi sono riguardata una straordinaria intervista ad Hannah Arendt, mandatami dalla nostra Anna, come compito per le vacanze e, fermo restando l’abisso di autorevolezza tra me e Lei, ho cercato nelle sue parole l’ispirazione e il coraggio per scrivere qualcosa che vada controcorrente su un tema tanto scottante.

Comincio da qui. Anni fa in Danimarca una ragazza filippina ha lavorato per la nostra famiglia. È entrata nel territorio danese su nostra richiesta perfettamente in regola e abbiamo iniziato il nostro rapporto di collaborazione. Le cose all’inizio non funzionavano, fino a che una carissima amica, anche lei filippina, mi ha fatto capire che stavo sbagliando tutto. Pretendevo che lei potesse capire un rapporto di lavoro all’occidentale, dei compiti da svolgere nella totale responsabilità sua su come eseguirli e come organizzarsi. Questa amica mi spiegò, come fossi un po’ ignorantella e ingenua, che la loro educazione e la loro mentalità faceva sì che io fossi rispettata solo se gli dicevo esattamente come e cosa fare e in che termini e in che orari. Da allora il rapporto è stato più che positivo. Siamo ancora in contatto con lei, le mie figlie sono rimaste molto legate a questa donna che ora ha una vita molto serena e indipendente in un’altra nazione.

Ho imparato in questi anni che siamo appartenenti tutti alla razza umana, ma le nostre culture sono diversissime: la filosofia di vita di un giapponese con la sua gerarchia lavorativa rigida e quella di un americano con l’obbligo del sorriso sempre sulle labbra sono molto diverse dalla mia di italiana e dalla nostra di europei. E non intendo dare un giudizio morale o etico.

Volevo iniziare da qui, perché io mi sono chiesta spesso in queste settimane di “emergenza immigrazione” come popoli totalmente diversi da noi per cultura e latitudine vivano l’accoglienza in quanto profughi sul modello svedese o tedesco.

Devo dirvi che sono allibita da questo atteggiamento europeo, in un momento in cui la maggior parte dei mezzi di informazione parla dell’inadeguatezza dell’Europa. Inadeguatezza nei confronti di cosa? Cosa si dovrebbe fare? Andare a prendere le persone sulle coste libiche?  E chi li gestirebbe? Con quali risorse? Ha senso che un rifugiato politico venga spostato a migliaia di chilometri dal suo paese di origine con lingua, cultura e latitudine completamente diversa? Non avrebbe più senso creare dei campi profughi ai confini dei paesi con problemi drammatici, con la speranza che possano farvi ritorno al più presto?

A questo punto io mi chiedo ma l’ONU che noi tutti stati membri finanziamo lautamente a cosa serve? E l’ Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite cosa fa? Spiega all’Europa quali doveri ha? Ma non dovrebbero intervenire per risolvere le crisi? Dettare leggi a stati sovrani su quello che andrebbe fatto, questo lo può fare uno dei nostri figli, il problema è trovare soluzioni concrete, non fare dichiarazioni di principio.

Mi chiedo come sia possibile che non si capisca che i problemi non si possano risolvere così, ma che vadano risolti i conflitti all’interno degli Stati. Mi si dirà che è complicato, ma chi comanda vari organismi internazionali, con somma cultura politica e somme intelligenza, dovrebbe avere gli strumenti per poterlo fare. Se questi organismi servono solo esclusivamente per riunioni, seguite da sontuose cene, credo che potremmo farne a meno.

Chiedo all’Europa quando si dirà che sono troppi e la pressione è ingestibile. A un’immigrazione controllata nei numeri può seguire una forma di integrazione riuscita, mentre io credo che questo caos renderà solo più fragile il nostro continente.

Io sono da sempre stata una donna di sinistra, ci sono cresciuta così, è parte di me ma questa sinistra che parla di populismo della destra non la capisco. Come si può lasciare in mano una questione così calda e delicata solo alle destre, perché di fatto la sinistra italiana a mio parere non la gestisce, se non con dichiarazioni ipocrite? Come si può non comprendere che un’immigrazione senza controllo influisce negativamente sugli strati più deboli e già provati della nostra società? Che sono le periferie delle grandi città, già spesso abbandonate al proprio destino, che subiranno la sorte peggiore?

Vi riferisco un po’ di frasi riprese dall’informazione degli ultimi giorni. Il presidente della Regione Piemonte, Chiamparino dice che il lavoro a questi nuovi arrivati si troverà in un modo o nell’altro. Se è così semplice mi chiedo come mai non sia già riuscito a trovarlo a tutti i giovani disoccupati piemontesi. Laura Boldrini dice basta agli “spacciatori di paura”. Devo dire che suona molto strano detto da lei che vive immersa nei privilegi della sua posizione, senza che abbia rinunciato a nulla, perlomeno come esempio da dare in un momento così difficile. La ciliegina sulla torta arriva da Junker, presidente della commissione europea che ci spiega che non è questa l’Europa che voleva. Proprio lui che a quanto pare facilitava all’interno dell’Europa l’evasione fiscale con leggi ad hoc, a molte multinazionali. Chissà da dove pensa che provengano le risorse per gestire l’immigrazione dell’Europa che lui vuole, se non dalla tasse pagati da contribuenti e aziende oneste che permettono che l’Europa sia quello che è, potremmo dire nonostante lui, lussemburghese.

Sembra che questa politica che parla senza sapere di cosa, sia incapace di vedere le difficoltà e le paure della gente comune, incapace di trovare soluzioni ai problemi che crea essa stessa con la sua inettitudine nel gestire le difficoltà e di prendere posizioni.

Attenzione io non sto dicendo che non si debba aiutare chi ha bisogno ma non in questo modo. Se questa non verrà fermata, sarà a mio parere un’invasione a cui sarà poi difficile fare cambiare rotta. Chi gestirà il ritorno delle migliaia che non sono rifugiati? E come?

Tutti si sono scandalizzati per la posizione assunta dal governo danese di chiusura delle frontiere. Io in Danimarca ci sono vissuta. Il loro benessere non si basa sul petrolio o su risorse minerarie infinite (come in alcuni stati arabi e del continente africano), ma si basa su una società costruita su un delicatissimo equilibrio sociale, che con poche risorse naturali e in una terra oggettivamente sfortunata (fredda e ventosa per buona parte dell’anno) ha costruito il benessere dei suoi cittadini, grazie all’eguaglianza sociale e a un regime fiscale tra i più severi del mondo. Proprio in virtù di questo, per una coppia, ad esempio, è praticamente impossibile vivere a Copenaghen senza che entrambi lavorino. Non vivono nel lusso e nell’ostentazione, molti non posseggono una macchina, perché troppo costosa. Quello che hanno raggiunto è stato creato grazie a un equilibrio difficile tra tutte le parti sociali – equilibrio che è comunque fragile. I danesi non sono ricchi, sono una società nell’insieme benestante perché hanno perseverato nel mantenere queste basi sociali. Senza ricchezze naturali, mi dite con quali mezzi potrebbero affrontare il costo di un’immigrazione incontrollata?

Vorrei tra l’altro ricordare che paesi come la Danimarca, che nonostante ciò di immigrati ne ha parecchi, o l’ accogliente Svezia hanno discreti problemi sociali da affrontare.

In Danimarca, uno zoccolo duro di musulmani fatica (ed è un’eufemismo) moltissimo ad integrarsi mentre Malmö (e non solo) in Svezia, viene ogni tanto messa a ferro e fuoco in alcuni quartieri che non si sentono “integrati”. Ricordo che entrambi gli stati forniscono ai loro cittadini quello che viene da noi chiamato “reddito di cittadinanza”, case gratuite se non l’hai e denaro per ogni figlio a carico fino al compimento dei 18 anni.
Pensate forse che lo stato possa farsi carico anche dell’integrazione emotiva dei suoi abitanti? Cosa dovrebbe fare di più?
I paesi del Nord Europa sono sempre stati additati a modello, ma non perché potessero farsi carico di tutte le popolazioni in fuga ma perché potessero essere da esempio, sempre che li si voglia imitare.

Mi auguro davvero che questa Europa si svegli da questa emotività fuori controllo e prenda posizione e decisioni, innanzitutto per salvaguardare e credere in se stessa e poi per aiutare altri popoli a raggiungere finalmente la pace. Certo che c’è posto per la globalizzazione dei popoli ma non gestita in questo modo. Questa mancanza totale di una guida ci renderà solo un continente più fragile e incapace di gestire le grandissime problematiche future (rapporti con Stati Uniti, Russia e Cina) e ci renderà più deboli di fronte all’arroganza talvolta esibita da questi paesi.
Dovremmo liberarci da questo continuo sentimento di colpa verso qualsiasi cosa accada nel mondo. Come può il nostro piccolo continente farsi carico di un intero grande continente? Non è mettendo a rischio il sistema sociale e le nostre conquiste (sanità europea in alcuni stati di altissimo livello gratuita, insieme con la scuola ancora e speriamo a lungo pubblica e aperta a tutti, diritti civili, giustizia) a causa di un’immigrazione incontrollata, che risolveremo i problemi altrui.
Credo che così metteremmo solo a repentaglio la nostra pace sociale.

Se si vuole una società veramente multiculturale, abbiamo bisogno di sapere chi siamo e dove vogliamo andare e imporre poche regole ma chiarissime a tutti, per esempio per quanto riguarda la libertà religiosa e, cosa che mi sta tantissimo a cuore, la condizione femminile e la difesa delle libertà che abbiamo faticosamente conquistato.Da qui si potrà partire per un’accoglienza vera, che non sia discriminatoria in futuro verso i nostri concittadini europei – che in questo momento sono, secondo me, confusi e combattuti da questa non-gestione del problema. Nessun conflitto o emergenza è mai stata risolta con l’emotività in cui siamo caduti.E mi sembra strano che come donna “emotivamente” di sinistra sia l’unica a ricordarlo in Italia.

In uno dei commenti che leggo spesso avidamente sui giornali di destra e di sinistra, un lettore ritiene che noi europei siamo i “miracolati della storia”. Non so cosa conosca della storia e io non sono una storica, ma l’attuale civiltà europea con tutte le sue contraddizioni e le sue conquiste è stata costruita sul sangue di due orribili guerre mondiali e su altri fatti terribili, da cui siamo usciti grazie al desiderio di rinascita e di lotta dei nostri nonni.
Vorrei ricordare che l’organizzazione Emergency, oggi guidata da una donna, Cecilia Strada, dice qualcosa simile a questo: bombardiamo questi paesi, non di bombe ma di ospedali e scuole. Come non trovarsi d’accordo?

Perché non proporre una moratoria di un anno sulle armi fornite in tutti i paesi e al posto di queste fornire materiale per l’agricoltura e lo sviluppo? Ma fornirlo veramente, non intrappolato tra mille cavilli burocratici e corruzione dilagante, anche all’interno delle agenzie internazionali che se ne dovrebbero occupare.

Siate buone nei vostri commenti e ricordate che sarò sempre pronta a cambiare idea, se avrete la pazienza e la voglia di convincermi, con grande umiltà da parte mia.

 

Migranti

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6 thoughts on “Se l’Europa ha perso la bussola

  1. Grazie per questo articolo che ho letto con piacere.

    Il problema secondo me -e forse anche l’errore che si nasconde nel tuo testo- è non considerare la situazione di emergenza attuale e confondere immigrazione economica (“me ne vado in cerca di una vita migliore”) e immigrazione “di fuga” (dalla guerra, dalle persecuzioni, dall’oppressione). Non puoi impedire a nessuno di scappare dalla guerra, punto. O almeno, a me sembra un’atrocità. Non puoi impedire ad un padre di fuggire da un luogo chiamato casa perché le sue figlie non potranno più andare a scuola se resta.
    Se la Danimarca è un luogo stabile perché si chiude al mondo per preservare il suo equilibrio, allora la Danimarca è un mondo finto, che basa la sua stabilità sull’indifferenza. La pace sociale come la chiami tu per me non vale la vita di una ragazza obbligata a nuotare per raggiungere la riva.

    “Attenzione io non sto dicendo che non si debba aiutare chi ha bisogno ma…” Questa frase è il corrispettivo educato di “Io non sono razzista ma…”: il seguito non potrà mai essere niente di buono.

    Penso che proprio a noi delle Donne Visibili sarebbe richiesto di volare più alto delle beghe politiche italiane e di avere una visione scevra di quel populismo dell’attacco a Boldrini. Noi stesse siamo tutte italiane all’estero, nessuno ci ha costrette, è la vita che abbiamo scelto ed io e te abbiamo vissuto in molti Paesi dentro e fuori l’Europa, quindi sappiamo come si vive davvero fuori.
    Per quanto questa sia la vita che ho scelto e che non cambierei, essere immigrati non è bello, chiedere permesso di abitare, di lavorare, di vivere in un posto che in realtà anche tu stai contribuendo a costruire. Ed io non avevo nessuna guerra da cui scappare.

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  2. .Come dice Gaia, non si può negare ai rifugiati assistenza, è una questione di diritto internazionale. Però l’articolo di Fabrizia dice anche altro, quando dice che il problema dei migranti si deve risolvere favorendo la pace nei paesi in guerra – in questo caso la Siria. Tutti i governi occidentali sono stati indifferenti a una guerra orrenda che dura da 5 anni. Adesso non c’è più spazio per l’indifferenza, bisogna agire, sul fronte dell’assistenza certo, ma soprattutto sul fronte della politica internazionale per far cessare le guerre. Come dice d’altronde anche uno dei ragazzini profughi in Ungheria, nel video riportato da Repubblica “Fermate la guerra e noi non veniamo”

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  3. Sono assolutamente d’accordo con Gaia e probabilmente non sono stata chiara nel pezzo: non si può negare l’assistenza a chi fugge dalla guerra: MAI! il problema che vedo é che proprio questo caos danneggia chi ha veramente bisogno subito. Buona parte di quelli che arrivano non sono rifugiati ma immigrati economici. Ai profughi siriani credo che tutti dovrebbero garantire assistenza.

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  4. Lasciatemi aggiungere due cose brevissime: questo pezzo veramente mi ha tolto tantissima energia. Questa mattina molto presto a un certo punto mi sono detta chiamo Anna e non lo pubblichiamo perché l’argomento è troppo difficile. Poi è partito: e così
    doveva essere. Volevo RINGRAZIARE subito Anna: ieri sera abbiamo lavorato alla correzione del pezzo per almeno 3 ore, lei era tornata dall’ufficio, dopo una giornata fuori casa; e volevo ringraziare Gaia per aver aperto la discussione in modo così civile anche se dissente.
    In questo settimane in cui mi sono preparata veramente a lungo ho letto di tutto e alcuni commenti sono veramente terribili in qualunque modo la si pensi e io credo che questo porti solo imbarbarimento anche nella discussione. GRAZIE quindi!

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  5. Cara Fabrizia, io ho le idee ancora più confuse di te e ho apprezzato moltissimo la franchezza palpabile di questo tuo pezzo. Credo che porsi legittime domande e concedersi le perplessità che il buon senso non può non far emergere sia sano e salutare, e che non sia in contraddizione con l’aiuto concreto e fattivo: anch’io, pur condividendo i tuoi dubbi, mi sono rimboccata le maniche per aiutare a gestire l’emergenza in corso – e nel frattempo a casa, con mio marito, i nostri figli e gli amici si continua a dibattere e discutere. Grazie dell’energia che ci hai investito!

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  6. Roberta grazie a te, i vostri commenti sono il sale di questo blog, che senza di voi non esisterebbe. Anche noi continuiamo a discutere e a confrontarci in casa, credo che la questione stia assumendo proporzioni ancora maggiori e i nostri figli comunque la si pensi ritengo che vadano preparati a quello che sta succedendo con tutte le difficoltà che ci sono e sopratutto a diventare essere pensanti che non hanno paura di vedere le cose diversamente.
    C’e’ molta paura a far vedere che ci si discosta da questo momento di euforia e questo mi stupisce molto, dal confronto e dalla discussione nascono soluzioni. Se ci si appiattisce su un’unica soluzione si rischia di non vedere anche tutti i problemi gravissimi connessi alla situazione attuale.

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