Donne in vista

Il femminismo non è fantascienza. Intervista con Laurie Penny, Parte 1

Ho realizzato questa intervista mesi fa, ma la pubblico solo ora perché ha una storia travagliata.
Quando ho saputo che avrei passato qualche giorno a Boston ed ho letto che Laurie Penny, giovane e agguerritissima femminista e scrittrice inglese sarebbe stata lì, le ho chiesto un’intervista per le Donne Visibili. Ha accettato subito.
Poi ho pensato: “è un’occasione troppo bella per non proporla anche ad altri!” Ho provato coi giornali italiani, per me una novità, perché sarebbe bello vedere qualcosa di originale su Laurie Penny ed il femminismo in Europa che non sia solo tradotto da Internazionale.
Una caporedattrice mi ha scritto di procedere, senza darmi indicazioni, che pure io avevo chiesto, non avendo mai lavorato con la sua rivista. Io consegno l’intervista ma… non la vogliono più mi dice. Io posso non aver usato lo stile e le parole giuste, quindi mi offro di migliorarla e riscriverla. Ma niente.
Forse la caporedattrice avrebbe potuto:
  • dare un’occhiata ai miei lavori, visto che non ho cominciato proprio ieri
  • dirmi cosa voleva
  • darmi indicazioni
  • non commissionare lavori senza l’intenzione di comprarli
Immaginate se foste un pasticcere e dopo aver ordinato una torta vi dicessero, ah no, non la voglio più. Se voi foste i clienti paghereste lo stesso, no? Oppure andate ad ordinare abiti su misura che poi non passerete mai a ritirare e pagare?
Sono stata ingenua, perché ho pensato: un giornale come Repubblica non ti vorrà mica sfruttare o fregare, no?
Non sapendo bene cosa fare chiedo consiglio a giornalisti che lavorano in Italia ed il disgusto si trasforma in rabbia, perché le risposte che ricevo sono rassegnate, più che rassegnate: se anche fossi stata pagata, si sarebbe trattato di pochi euro, la norma per un grande giornale italiano. Ma qui entriamo in un altro tema, la poca serietà dei media italiani ed il servilismo dei giornalisti, anche di quelli giovani e bravi purtroppo. Se volete ne discutiamo sul mio sito professionale: www.gaiamanco.net
Laurie Penny Foto dal sito di Laurie: http://laurie-penny.com/

Foto dal sito di Laurie: http://laurie-penny.com/

L’intervista che pubblico qui non è quella inviata al giornale, è stata scritta in esclusiva per Le Donne Visibili, ma ovviamente le parole di Laurie sono le stesse. Siccome è un po’ lunga, leggerete la seconda puntata ad ottobre.
Secondo la caporedattrice Laurie non dice nulla di interessante (la homepage di Repubblica e di Donna di Repubblica, il giornale in questione, invece, ci riempiono di messaggi interessantissimi). Giudicate voi.

Laurie Penny mi ha dato appuntamento in un caffè-libreria di Cambridge, Massachusetts, la città di Harvard.

Una delle più eloquenti femministe del ventunesimo secolo, la 28enne giornalista inglese è a Boston per prendersi una pausa, soprattutto dagli abusi online: “Stavo scrivendo molto e gli insulti online ormai vanno avanti da anni. Vivere a Londra sta diventando difficile, gli affitti aumentano talmente tanto che la qualità della vita sta peggiorando per tutti quelli che conosco, quindi ero stressata e arrabbiata.”

Proprio come nel suo libro, Unspeakable Things: Sex Lies and Revolution, uscito in Inghilterra nell’estate 2014, per Penny è tutto interconnesso: femminismo e tecnologia, salute e politica, capitalismo e (in)felicità.

Marzo negli Stati Uniti è il Women’s History Month, il mese della storia delle donne. Nello scaffale centrale della libreria Sylvia Plath, Frieda Kahlo e Simone de Beauvoir dividono lo spazio con penne rosa glitterate, strofinacci decorati e utensili da cucina: non male come punto di partenza per una conversazione sul nuovo femminismo.

Boston quest’anno è davvero glaciale. Penny si trova qui perché ha vinto una delle prestigiose Nieman Journalism Fellowship per passare un anno ad Harvard. Affrontare le gelate del Massachussetts non è niente in confronto ad anni di cyber attacchi che Penny, che ha già quasi dieci anni di esperienza come giornalista, riceve ogni giorno: attacchi su twitter, siti internet con pagine dedicate all’odio contro di lei, minacce spesso a sfondo sessuale: “A quanto pare sono sia una ridicola puttana, sia brutta e “unfuckable”, sia una lesbica frigida: non c’è un modo univoco di attaccarmi.”

Nel 2011 scrisse un editoriale sull’Independent: “Avere un’opinione è la minigonna del 21 secolo”: fu una delle prime a parlare degli abusi che riceveva online.

“La gente mi dice: ‘che cosa ti aspettavi?’ Insomma è come dire che una donna che indossa la minigonna se la va a cercare: molti considerano gli attacchi il prezzo che le donne devono pagare per avere un’opinione”, come dimostrano il Gamergate ed gli abusi alle donne che parlano di sport, da ultima gli insulti all’attrice Ashley Judd.

Quindi che fare contro sessismo e cyber bullismo? Lei non nasconde di non aver trovato una soluzione: “Talvolta mi sembra di essere l’unica a dire: gli attacchi online sono cattivi, ma anche la sorveglianza: potremmo non avere nessuno dei due? Trovo sempre più fastidioso che nel Regno Unito gli abusi online siano usati come scuse per dare al governo maggiori poteri di sorveglianza. Non voglio che il mio femminismo sia usato da persone a cui non importa nulla delle donne, come David Cameron,” dice, facendo riferimento all’esiguo numero di donne che hanno partecipato agli ultimi governi Tories.

Dopo aver parlato per un po’ Penny si accorge che un’amica è nel nostro stesso caffè. “Ti dispiace se vado un attimo a chiederle come va?” mi chiede. “Volevo solo abbracciarla un attimo,” mi dice quando torna, “sta attraversando un periodo difficile”. Penny è come la sua voce: dolce tanto da sembrare insicura, decisa ma gentile. Non sa neanche lei come sia diventata la portavoce del nuovo femminismo. “Forse sono stata fortunata perché ho cominciato presto, nel 2007, ma ho soprattutto lavorato duramente. Sono consapevole di essere una privilegiata: quindi voglio usare quello che so fare meglio per migliorare il mondo”. L’impegno di Penny si è tradotto in quattro libri su politica ed economia, femminismo, e diverse rubriche sui alcuni dei più importanti quotidiano inglesi, tra cui l’Independent e il Guardian, su cui scrive ancora oggi.

“Ci sono un sacco di uomini che sono molto arrabbiati con le donne, si sentono frustrati e impotenti e rivolgono la loro aggressività contro coloro che pensano abbiano portato loro via il potere. Secondo me è un segnale di quanto il femminismo sia diventato forte, al punto che alcuni pensano che sia una minaccia. Ma non è una minaccia: nessuna femminista è lì per rubare loro il lavoro, è l’economia a farlo”.

Per Penny l’uguaglianza fra i generi passa per l’uguaglianza sociale. Si definisce socialista, ed è Contributing Editor del New Statesman, rivista della sinistra inglese.

“Il tentativo di controllare le persone è un bisogno economico. Si convincevano le donne che avere figli è la cosa più importante che possano fare, che il loro ruolo è aiutare l’uomo perché questo era il modo in cui la società funzionava: si consumavano completamente gli uomini nelle fabbriche e nei campi, e le donne erano lì ad assicurare che la società andasse avanti.”

Continua ad Ottobre. Un’anticipazione:

“La grande differenza fra uomini e donne è che non c’è un modo in cui una donna possa comportarsi e vestirsi che non attiri critiche e odio da parte di qualcuno. Per le donne non esiste il neutro”

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2 thoughts on “Il femminismo non è fantascienza. Intervista con Laurie Penny, Parte 1

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