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Le gocce del 25 aprile

 

Le gocce del 25 aprile - Giovanna FaèAntonio Peruch era un partigiano di 23 anni, era originario di San Michele, una borgata vicino a Sacile, un paese del Friuli ai piedi delle prealpi e non lontano dall’altopiano del Cansiglio, dove si nascondevano i partigiani e i soldati nemici.
Era proprio sceso dal Cansiglio nel suo paese, dopo il rastrellamento dei tedeschi, e fu segnalato da una spia.

“I tedeschi dopo aver accerchiato la casa e la campagna circostante, catturarono lui, il fratello e un compagno siciliano. L’interrogatorio venne fatto nel cortile della casa a colpi di bastone, ma i tre ragazzi non svelarono nulla. I nazisti come risposta bruciarono la casa, portarono via due dei ragazzi e impiccarono Antonio, costringendo la madre ad ungere con del grasso la corda del cappio” (da storiastoriepn.it, La corda tragica di Monica Emmanuelli)

 

(qui sopra, Giovanna Faè)

Questa storia mi è stata raccontata per la prima volta da mia madre tanti anni fa, e lei a sua volta l’aveva saputa come si sanno le storie di un paese piccolo, dove le famiglie si conoscono tutte in fondo, basta solo citare di chi sei figlio o figlia, perché il tuo interlocutore capisca chi sei e da dove vieni.
Si tratta di una memoria storica, che è pure diventata memoria personale, se vogliamo familiare, uno dei tanti racconti tramandati, che ho ereditato dalla mia famiglia.
Come ha fatto e fa parte ancora della memoria familiare e personale, la storia di Don Giuseppe Faè, il parroco di Montanèr, un paesino non molto distante da Sacile, in costa alla prealpe, ai piedi del Cansiglio –  e di sua sorella Giovanna.
Nella storia locale, Don Giuseppe è stato, e lo è ancora, una leggenda: durante la guerra, quando il soprastante altopiano del Cansiglio con i suoi boschi diventò il rifugio di partigiani e soldati nemici, Don Giuseppe insieme alla sorella Giovanna incominciò a collaborare e prestare aiuto alla resistenza. Il campanile della chiesa di Montanèr diventò perfino un deposito per le armi dei partigiani. Finché sia Don Giuseppe che sua sorella Giovanna  furono arrestati e incarcerati a Udine: lui riuscì a salvarsi dalla pena di morte, grazie all’intervento della Curia, ma la sorella Giovanna fu deportata, forse a Dachau, dove morì. Tutte le famiglie dei paesi vicini conoscevano Don Giuseppe con il soprannome, Don Galera, proprio perché fu incarcerato per le sue attività partigiane; molti dei suoi ex chierichetti, fra cui anche un mio parente, presero parte alla resistenza.

Ora, perché vi racconto queste storie? Si tratta di personaggi minori, di storia locale, non conosciuti al di là di un territorio provinciale, anzi comunale. Il mio professore di storia contemporanea mi obiettò una volta che la storia non si fa ad aneddoti. Forse è vero. Però l’aneddoto, soprattutto se raccontato in famiglia, se ci tocca da vicino perché legato alla nostra famiglia o al nostro territorio, ha una funzione “etica”, ma meglio, “umana”: può far scattare la riconoscenza, la sensibilità, l’empatia. E perciò anche la paura e l’orrore.

Sì, la paura e l’orrore per scene così violente e sadiche come quella di una madre costretta a ungere il cappio che impiccherà il figlio – E questa scena di orrore dove è successa? San Michele è dietro l’angolo, rispetto a dove abitavo io, è una borgata tranquilla di campagna. Come è potuto succedere proprio qui, dietro l’angolo di casa mia? Ma San Michele è  anche il dietro l’angolo della tranquillità idilliaca e familiare di ognuno di noi, non solo in Friuli, in Veneto, nel Nordest, ma in tutto il resto dell’Italia, nord, sud, centro e isole.

Ma se non fossero vissute nelle mie zone, come avrei potuto conoscere le storie di queste donne e di questi uomini, in fondo personaggi minori, delle gocce nel grande mare della Storia – come li definirebbe il mio cinico ex professore? Solo i vivi possono raccontare quel che è successo loro. Ma per una superstite, per una goccia che si salva dalla Storia, come ebbe a dire Romain Gary, c’è una quantità di gocce che non fa traboccare il vaso.

Bisogna tirarle fuori, queste storie, anzi questi vituperati aneddoti, e riconoscere quelle gocce anonime che altrimenti sarebbero vissute inutilmente. Riascoltarle e risentirle ancora vicino, familiari appunto.

Riascoltarle per capire che l’orrore e la violenza non sono concetti lontani, non sono ipotesi dell’irrealtà – anzi sono, potrebbero essere il dietro l’angolo di qualsiasi presunta tranquillità.

E sicuramente la possibilità dell’orrore e della violenza è proprio vicina, proprio lì,  dietro l’angolo, ogni qualvolta si neghi l’importanza di ciò che è successo nei nostri paesi e ai loro abitanti o addirittura li si vituperi, proprio quando si dà ormai tutto per scontato, pace e, soprattutto, benessere.

Buon 25 aprile, buona Liberazione a tutte e tutti voi.

 

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2 thoughts on “Le gocce del 25 aprile

  1. Mia madre mi raccontava del loro paese, nelle montagne di quello che era stato Abruzzo ed era diventato Lazio per volere di Mussolini e della sua riforma delle provincie. Boschi aspri, di castagno e leccio, paesi tutti in salita o discesa, dipendeva dallo sguardo. “Venivamo i partigiani”, diceva lei, ” e gli davamo da mangiare. Venivano i tedeschi, e davamo da mangiare pure a loro. La fame non fa domande”. Di tante cose che ho letto e studiato sulla guerra, questa mi resta dentro. “La fame non fa domande”.

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  2. Sì grazie Paola! Infatti sono queste storie raccontate, tramandate in maniera familiare il vero pilastro – bisogna raccontarle di nuovo, prima che svaniscano con il tempo insieme alle persone che possono ancora raccontarle per testimonianza diretta o anche indiretta. Ricordare quello che è stato perchè non accada di nuovo. E purtroppo, troppe, troppe persone nelle mie parti hanno dimenticato o hanno voluto dimenticare queste storie.

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