Esperienze

Questi sono i miei capelli! Genere, aspetto e identità

A me, in una scuola sudafricana, non mi avrebbero fatta entrare.

Intervistando le ragazze fuori dalla Parktown High, una delle scuole dove erano stati per anni banditi i capelli naturali delle ragazze nere perché considerati disordinati, in un mix di conservatorismo e razzismo che invade la vita quotidiana in Sudafrica, io ho pensato a me sedicenne. Ho pensato soprattutto ai miei capelli, fucsia e ricci. Una ragazza me lo ha proprio detto: “we’re not talking about crazy pink hair!” “Non stiamo parlando di assurdi capelli rosa”.

Quello che voleva dire quella ragazza, come molte sue compagne, è che i regolamenti scolastici non vietano sole cose “artificiali”, come tinture e parrucche, ma proprio i normali capelli afro e ricci delle ragazze nere. Il fatto che i loro capelli naturali, puliti e ordinati, vengano considerati indecorosi dai regolamenti scolastici, è un chiaro retaggio della discriminazione razziale in Sudafrica e dell’apartheid. L’apparenza nera, il corpo nero sono indecorosi, disordinati e devono essere cambiati per entrare nei canoni bianchi. I capelli afro, ad esempio, devono essere stirati chimicamente.

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È, come spiego nel pezzo, un segnale del razzismo strutturale presente a tutti i livelli in Sudafrica. Com’è e come non è, le strutture pubbliche e private sembrano avverse ad accogliere la maggioranza nera della popolazione. Prima di arrivare in Sudafrica non sapevo cosa fosse il razzismo strutturale, ma avevo qualche esperienza col sessismo strutturale, come ogni donna che lavora in un mondo dove le regole sono fatte da uomini.

Gaia a 22 anni. (Didascalia della foto: Non ho trovato una foto di me sedicenne. Qui di anni ne avevo 22, ma lo stile è circa lo stesso. E sì, i ricci erano naturali ma oggi non ce li ho più, non so perché. Foto: Tyler de Andrea, Shanghai)

Non ho trovato una foto di me sedicenne. Qui di anni ne avevo 22, ma lo stile è circa lo stesso. E sì, i ricci erano naturali ma oggi non ce li ho più, non so perché. Foto: Tyler de Andrea, Shanghai

Io non ho vissuto quella pressione del sistema da adolescente, in Italia, ma quella ragazza mi ha comunque fatto pensare a quello che succedeva a me. Lei non sa che io dai quindici ai ventisei anni, quei capelli, al netto della sfumatura che virava al rosso e poi al viola per poi ritornare all’amato ciclamino, me li portavo tutti i giorni. La scuola, un liceo pubblico in Brianza, non ha avuto problemi col mio aspetto. Qualche pregiudizio dei prof, forse, provocato anche dalla mia impertinenza e mitigato dai miei ottimi voti. Le amiche, i compagni, i fidanzati nemmeno. Era il resto della popolazione studentesca, i giovani di paese in generale il mio problema e ancora adesso mi viene da chiedermi perché. A ripensarci era pesante, tanto che mi imbarazza scriverne ancora oggi.
Adesso mi chiedo come mai fra risatine e prese in giro giornaliere io non abbia mai desistito. Perché quando hai 16 anni la pressione quotidiana delle prese in giro è forte. Era la stessa cosa che ha spinto alcune di queste ragazze a dire “basta, questi sono i miei capelli”?

Non ho desistito perché ero io comunque e anche se avessi cambiato acconciatura avrei lo stesso sentito il rifiuto da parte degli altri. Così come molte ragazze sudafricane per quieto vivere si sono stirate i capelli per poter frequentare la scuola: “mi adatto, non mi possono dire niente, ma dentro di me so che non mi vogliono come sono”.

Anche perché parliamoci chiaro, per le ragazze e per le donne è un campo minato: se non è l’acconciatura allora è il modo di parlare, o di vestire, o perché sei troppo brava o troppo poco, troppo grassa, troppo magra, troppo sexy, poco sexy… possiamo continuare per altre mille parole. Quindi la mia teoria era ed è che siccome non puoi mai vincere tanto vale essere come vuoi tu. Che non sia proprio questo che non ci perdonano? Che sia proprio questa dignità di essere se stesse, di essere diverse se capita, che le società in Sudafrica come in Europa vogliono emarginare?

Ho cercato di spiegare mille volte che non era moda o estetica, semplicemente, io, mi vedevo così. Sarei stata forse più carina con capelli e vestiti meno sgargianti, ma io mi vedevo così. Cercavo di assomigliare il più possibile all’immagine che avevo di me dentro, e portarla fuori. Eh sì, mi sentivo pure bella, che è una rarità fra le adolescenti. E quando, passeggiando in una via di Parigi mi sono vista riflessa in una vetrina e non mi sono più riconosciuta, sono entrata in un supermercato e mi sono comprata una tinta castana. Era ottobre-novembre, quasi otto anni fa.

Sono contenta di avere imparato presto ad appropriarmi del mio corpo e della mia immagine, non so tutta quella forza da dove mi sia venuta.

Sono contenta di avere imparato presto ad appropriarmi del mio corpo e della mia immagine, non so tutta quella forza da dove mi sia venuta.
Quando quella ragazza mi ha detto che non si trattava di capelli rosa, insomma, io non ho detto nulla, sono una giornalista, la mia storia non interessa a nessuno. Ma quello che le avrei voluto dire mi è rimasto e allora lo scrivo: anche se fossero crazy pink hair andrebbero bene. Sono tuoi, di una ragazza che cerca di assomigliare il più possibile a se stessa. Nessuno ha il diritto di vietarti di essere quella che ti senti.

Nessuno ha il diritto di vietarti di essere quella che ti senti.

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4 thoughts on “Questi sono i miei capelli! Genere, aspetto e identità

    • Grazie! Noi non pubblichiamo spesso, perché vogliamo pensare un po’ a quello che scriviamo. Quindi le Donne Visibili è un blog un po’ lento, ma che ci permette di raggiungere lettori e lettrici come te che, in cambio, dedicano davvero il loro tempo ai nostri articoli.

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      • Gaia, anche io nella mia attivitá di blogger preferisco rivolgermi ai lettori di qualitá e me ne infischio dei grandi numeri. Questa per me è l’ unica via da seguire

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  1. Nessuno ha il diritto di vietarti di essere quella che senti. Frase bellissima. E’ quello che mi auguro, che auguro a mia figlia e a mio figlio. Ma quando penso soprattutto alle ragazze (anche i maschi, ma in misura diversa) mi pongo delle domande, e la prima che porrei a mia figlia è: sicura che quello che senti è tuo, nel profondo? O è influenzato da quello che vedi, tutti i giorni, nei media, nella società? La pressione viene da tante, tante parti. Penso che dovremmo esserne coscienti. Solo così potremo essere noi stesse.

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