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Frau Architekt o La donna architetta

 

 

Da oltre 100 anni – le donne nel  mondo dell’ Architettura

è il titolo della mostra itinerante che il museo di architettura di Francoforte, il DAM, ha dedicato alle donne architette in Germania l’anno scorso e che si è conclusa ad Amburgo.

Durante il mio percorso professionale in Germania con tappe a Monaco, Berlino e infine a Lipsia, ho incontrato diverse architette:  tutte  sposate, con o senza figli.  

Il loro ruolo da CEO veniva spesso relegato con i loro mariti/partner a quello di segretarie, PR, coordinatrici. Nonostante fossero tutte laureate e spesso a pieni voti, preparavano il caffè, si occupavano di prendere appuntamenti, di gestire l’ufficio, di ottenere incarichi. Raramente progettavano. Non mi è mai sembrato che loro percepissero tutto ciò come mancanza. Era un fatto normale.

Il mestiere dell’architetto non è affatto concomitante con la vita familiare. 

Orari di lavoro interminabili, scadenze quando si hanno le ferie scolastiche, meeting di lavoro imprevisti ad orari impossibili e così via.

Il mestiere era ed è tutt’oggi nella maggior parte dei casi in mano agli uomini. La donna  nel mondo dell’architettura è arrivata tardi. Ancora pochi anni fa si dava per scontato che una donna non fosse in grado di costruire una casa. 

Quando arrivarono al Bauhaus tantissime donne attratte dal programma innovativo di questa scuola, unico in tutta Europa, e una parte di loro richiese il diritto di studiare architettura, Walther Gropius glielo impedì in tutti i modi possibili. L’unico studio adatto a loro era il design dei tessuti ovvero il lavoro al telaio. 

Oggi le donne rappresentano più della metà delle persone iscritte alle università di architettura. Il loro numero si riduce vertiginosamente quando si cercano uffici di architettura in cui siano le donne ad avere dei ruoli da CEO. Qualcosa oggi sta cambiando. Forse anche grazie al movimento #metoo si parla più di loro. E quindi anche di quelle che hanno scelto la carriera faticosa dell’architetta. 

Dopo la mostra sulle donne artiste (pittrici) tenuta a Lipsia qualche anno fa, Die Bessere Hälfte, (La metà migliore),  si sono creati gruppi spontanei di artiste sia a Berlino che a Lipsia. Non hanno aspettato che qualche curatore o curatrice di mostre le chiamasse, hanno capito che si dovevano organizzare da sole. 

Nel mondo delle architette questo non è ancora successo. O almeno non è successo con risultati visibili. Questo perché manca la solidarietà necessaria affinchè il meccanismo per cambiare le cose funzioni veramente. Le architette erano e sono delle Einzelkämpferinnen, combattenti solitarie. Quelle che ho incontrato mi hanno detto che non ritengono necessario collaborare e fare rete con donne architette, non hanno il tempo, non ne capiscono neanche il senso. Per loro vale sempre la vecchia storia: è il  merito non il gender che conta. Sono cresciute in un sistema patriarcale e di questo ne ripetono le dinamiche e la tattica. E se hanno successo non si preoccupano di trascinare quelle che vengono dopo di loro.

La mostra

Mi voglio soffermare sul periodo pre-muro-cortina di ferro, gli anni 50-60 della guerra fredda. Le biografie delle donne della DDR e della BDR sono molto diverse, come diversi sono i sistemi politici e gli stati in cui hanno vissuto. 

Le poche donne della DDR che avevano studiato architettura avevano infatti ottenuto ruoli di prim’ordine come direttrici, coordinatrici e responsabili di progetti in grande scala. Tutto senza dover rinunciare necessariamente ad avere dei figli.  Diversamente da ciò che è successo nella BRD, la Germania dell’Ovest.

Vi cito alcune di loro che trovo siano state speciali, sia per ciò che hanno realizzato che per la loro biografia.

Merete Mattern

Nasce a Berlino nel 1930, figlia di architetti paesaggisti, frequenta il liceo a Marquartstein. Fa dell’apprendistato in una falegnameria a Stoccarda. Si trasferisce in seguito a Stoccolma per fare uno stage. Studia Architettura a Berlino. Nel 1961 si laurea con Hans Scharoun.

Tra il 1960 e il 1970 i suoi progetti visionari vengono pubblicati in diverse riviste internazionali. Il progetto che la rese famosa non solo in Germania fu il concorso per un quartiere residenziale a Ratingen a cui partecipò nel 1966.  Non vinse il concorso ma fu il progetto che ottenne maggior successo sia da parte del pubblico che da parte della stampa. La rivista di Architettura Bauwelt lo definì “l’unico progetto da prendere veramente in considerazione.”

Nel 1968 viene invitata ad insegnare presso l’ University of  Virginia a Charlotteville. Nel 1969 ottiene il Gran Prix de Cannes per il suo progetto La città solare. Nel 2007 muore a Rimsting.

Iris Dullin-Grund 

nata nel 1933 a Berlino, studia architettura all’Accademia d’Arte la  Kunsthoschule di Weißensee.  Nel 1957 lavora presso Hermann Henselmann, uno degli architetti più famosi della DDR.

Dal 1965 al 1967 insegna all’Università di Architettura di Dresda. nel 1968 diventa capo progetto dell’ edilizia sociale residenziale Wohnugsbaukombinat del Neubrandenburg . Nel 1970 apre il suo ufficio. 

È stata responsabile dello sviluppo urbano della città di Brandenburgo. È autrice di uno degli edifici più importanti della città: il palazzo della Cultura e dell’ Educazione inaugurato nel 1965.

Nel 1977 vince il premio dell’ Architettura della DDR. Sviluppa un progetto pilota sull’ edilizia abitativa seriale, uno dei più innovativi della DDR. Oggi vive a Glienicke vicino a Berlino.

Verena Dietrich

Nasce nel 1941 a Wetzlar, studia Architettura ad Innsbruck dove si laurea nel 1975. Dopo aver lavorato in diversi uffici a Colonia apre il suo ufficio di architettura. 

Nel 1986 vince il concorso per la realizzazione del Parco Sportivo a Colonia. È il suo primo grande incarico. Nel 1993 vince un altro concorso importante: il ponte pedonale nel Medienpark di Colonia.Muore nel 2004.

Verena Dietrich è stata anche una femminista molto carismatica.  Si è sempre battuta per i diritti delle donne nel mondo dell’ architettura.

Lei stessa raccontò che spesso non veniva neppure menzionata nelle pubblicazioni riguardanti i suoi progetti, nonostante fosse lei l’ autrice. Per dare visibilità alle donne appartenenti al mondo dell’ architettura pubblicò il libro:  Architette. Idee -Progetti-Realizzazioni.

Le donne architette vengono oppresse, si lasciano opprimere e partecipano attivamente all’oppressione che viene esercitata su altre donne.

 

Conclusione 

Il sistema politico, economico e sociale deve essere fatto e pensato in modo tale che chi vuole costruire lo possa fare con o senza una famiglia, con o senza aiuti economici e privilegi. Solidarietà, aiuto reciproco, onestà.

Nella Germania dell’ovest, nonostante la legge costituzionale considerasse l’ uomo e la donnea con pari diritti, la realtà era molto diversa.

Una donna non poteva lavorare, avere  un conto in banca o prendere la patente senza il consenso del marito. Con la comunione dei beni, il marito gestiva i beni della moglie senza la necessità di consultarla.

Se la moglie avesse mai voluto lavorare, doveva assicurare al marito che non avrebbe trascurato la cura dei figli e della casa. Esisteva solo un capofamiglia,  il marito. Lo stato era  al 100% patriarcale. Gli asili nido erano quasi inesistenti. 

Nella DDR la situazione era diversa. Non solo sulla carta. Tutti lavoravano, uomini e donne. Gli asili nido erano pianificati per tutti i bambini nati nella DDR. Le donne non dovevano rendere conto ai loro partner per nessun motivo.

Ciononostante anche per le donne della DDR era difficile arrivare a ruoli di guida importanti. A casa erano loro che dovevano gestire casa e figli. Per la propria qualità di vita conveniva quasi essere sola o una lavoratrice con una figlia/o piuttosto che sposata, lavoratrice e con una famiglia numerosa.

Nel futuro ci sarà bisogno di un’altra etica sul lavoro. Chi lotta solo per se stessa non cambia molto il contesto e soprattutto non cambia affatto quello femminile. Lasciar tutto come prima e rimanere un esempio isolato nella storia: a chi serve? Per cosa, poi?

Per la mia generazione sono importanti gli esempi rappresentati dalle architette come Amanda Levete, Grafton Architects, Carmen Pinos, Petra Blaisse, Kashuko Sejeima. Con o senza figli, con o senza partner. Quando parlano, lo fanno al plurale, quando descrivono i loro progetti parlano di impegno sociale, di creatività, di contesto, di responsabilità e soprattutto di bellezza. Non aspettano che venga data loro la parola. Realizzano di tutto. Dalla casa unifamiliare al museo più spettacolare. E lo fanno senza alzare la voce ma con fermezza e sicurezza. Lo fanno a volte anche scalze come fa Amanda Levete che, quando accoglie la gente nel suo ufficio, invita gentilmente tutti a togliersi le scarpe.

Togliersi le scarpe fa sentire sullo stesso piano..non obblighiamo nessuno ad andare scalzo. Incoraggiamo tutti però. Perché anche il committente lavora con noi: l’architettura è un gioco di squadra.

da “A piedi nudi con l’architetta Amanda Levete”,  Donna di Repubblica,  Laura Traldi  intervista Amanda Levete, 24.07.17

 

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