Donne in vista/Esperienze/Notizie

Le donne del Bauhaus

Le donne del Bauhaus di Lilly Bozzo-Costa.

Frauen des Bauhauses während der NS-Zeit. Verfolgung und Exil.

Le donne del Bauhaus durante il periodo nazista. Persecuzione ed esilio.

Questo era il titolo dell’evento che la Gesellschaft für Exilforschung, la fondazione che si occupa del tema dell’esilio durante il Nazionalsocialismo, organizzò in collaborazione con la Fondazione del Bauhaus a Dessau nel 2011. Fu la prima volta che si trattò esclusivamente la storia delle donne che avevano studiato al Bauhaus.

Decisi di parteciparvi fondamentalmente per un motivo: nel programma era previsto l’intervento di Elisabeth Otto, statunitense, autrice di diversi libri sul Bauhaus,  in particolare su Marianne Brandt, una delle  menti più geniali che il Bauhaus abbia avuto. (Vedi l’articolo su Marianne Brandt nel Blog LDV del 14.06.2014_Chemnitz dedica una piccola mostra ad una grande designer: Marianne Brandt.)

Andai a Dessau sabato mattina per la prima conferenza. Non immaginavo che quel viaggio avrebbe cambiato così tanto la mia vita.

Dopo il primo giorno di conferenze e dibattiti con un pubblico venuto da ogni angolo del mondo e per il 90 % femminile, il clima si fece elettrizzante. Decisi di partecipare per tutto il week-end. Durante la maratona di conferenze emersero tanti talenti straordinari, in parte andati persi per sempre. In quei due giorni sentii storie che avrei voluto leggere anni prima sui libri di architettura e design quando mi iscrissi all’università. 

È da questo seminario, dalla profonda frustrazione e rabbia che sentii per l’ingiustizia subita da queste donne straordinarie, comparse poco e male o del tutto inesistenti nella memoria collettiva, che nacque il desiderio di raccontare le storie delle donne mai raccontate attraverso un Blog – senza chiedere il permesso a nessuno, in modo libero, senza censure. Nel 2013 nasceva il nostro Blog Le Donne Visibili.

Il 2019 fu l’anno dedicato all’anniversario dei 100 anni dalla nascita del Bauhaus. È stata una fortuna che il giubileo sia arrivato quando il movimento #MeToo aveva già da tempo iniziato a dare i suoi frutti su tutto il pianeta.

L’occasione del giubileo del Bauhaus non poteva questa volta ignorare le donne e le loro storie. Quelle mai raccontate o raccontate solo parzialmente. 

Il 2019 è stato anche l’anno in cui ci sono state per la prima volta diverse pubblicazioni e mostre ad hoc sulle donne del  Bauhaus. Le reti televisive ZDF e MDR hanno finanziato  film come Frauen am Bauhaus di Susanne Radelhof, che grazie al film vinse il prestigioso premio Juliane Barthel Medien Preis

La figura di Walther Gropius, fondatore/ideatore della scuola, emerge nel film per la prima volta non solo come geniale architetto e teorico ma anche come grande maschilista. Inizialmente, la scuola chiedeva di accogliere “ogni persona rispettabile, indipendentemente dall’età e dal sesso”. La realtà, ancora fortemente patriarcale, si rivelò presto molto diversa. Alle donne venne negata la possibilità di studiare architettura. Anche nell’ambito del product design, a parte rare eccezioni, fu difficile per una donna partecipare ai corsi proposti dalla scuola. Ciò che era permesso loro fu di iscriversi ai corsi di design tessile e a quelli di ceramica per i quali, secondo il corpo insegnante non c’era bisogno di genialità creativa, ma di una buona mano d’opera e tanta diligenza. 

Ironia della sorte fu proprio il successo della produzione innovativa di stoffe in collaborazione con diverse industrie tessili che permise al Bauhaus, spesso in difficoltà economiche, ad autofinanziarsi e a sopravvivere.

Quando Walther Gropius pubblicizzò l’apertura delle iscrizioni, la maggior parte delle persone che fecero richiesta furono donne. W. Gropius, per paura che questo potesse danneggiare la reputazione della scuola, si accertò poco dopo di non fare “esperimenti inutili” e decise che solo il 30% degli iscritti poteva essere donna.

Le diversità di trattamento tra uomini e donne furono percepibili in diversi campi. 

Gunta Stöltz, direttrice del corso di progettazione tessile e responsabile dei laboratori di tessitura, aveva un contratto che a differenza dei suoi colleghi maschi doveva essere riconfermato annualmente. 

Ancora più problematica diventava la maternità. 

Se durante lo studio una studentessa rimaneva incinta doveva rinunciare e ritirarsi dalla scuola. Uno studente che diventava padre poteva invece rimanere senza problemi. Anche per lei, insegnante e direttrice dei laboratori di tessitura, quando ebbe la prima figlia con Arieh Sharon, fu estremamente difficile continuare a lavorare al Bauhaus.

W.Gropius ebbe un’intuizione geniale in un momento storico straordinario. 

La Germania negli anni 20 era in piena rivoluzione socio-economica e culturale. Le donne per la prima volta potevano seguire corsi alle diverse Gewerbe Schulen/Istituti professionali, sparse per il territorio tedesco. Alcune più fortunate poterono finalmente iscriversi alle Kunsthochschule / le Accademie delle Belle Arti, il cui accesso era stato rivolto fino ad allora solo agli uomini. 

Quando un numero sempre più crescente di donne designer iniziò ad avere successo, ciò venne vissuto come una minaccia e si iniziò a mettere in discussione la competenza femminile. Karl Scheffler (1869-1951) storico autorevole dell’arte, spiegò che solo gli uomini erano capaci di genio creativo. Dichiarò lui stesso: “La natura, con la sua volontà unilaterale, ha negato alle donne quella qualità che si chiama talento” 

Ciononostante, molte donne artiste e designer approfittarono dello spirito di ottimismo dei movimenti riformatori  tipici del ‘900, per intraprendere una carriera professionale e costruirsi una vita indipendente. 

La scuola del Bauhaus concepita in questa fase storica, fu da subito un caso unico in Europa. Ancora oggi è di grande ispirazione per tante scuole di design.

Interessanti e in parte anche tragiche sono le storie delle donne che la  frequentarono. 

Otti Berger 

una delle figure più geniali e creative del design dei tessuti,  proveniente da Zmajevac nell’ex Impero austro-ungarico, arrivò al Bauhaus nel 1927 dove seguì con entusiasmo i corsi di Paul Klee e Wassily Kandinsky. Molto apprezzata da Gunta Stölzl, nei laboratori di tessitura la sostituì con Anni Albers come direttrice dei laboratori di tessitura, quando la Stölzl entrò in maternità . Finito il periodo al Bauhaus lavorò in diversi laboratori finché non ne aprì uno suo.

Di origine ebrea, non sopravvisse all’Olocausto. Morì nel campo di concentramento di Auschwitz il 27 aprile del 1944.

Margarete Heymann 

di Colonia, studiò al Bauhaus dove seguì i corsi di ceramica artistica. Quando, con il marito Gustav Loebestein, iniziò nel 1923 una produzione propria di ceramiche artistiche, divenne rapidamente famosa a livello internazionale. Coraggiosa e visionaria. Le forme e i motivi geometrici della sua produzione erano estremamente innovativi per quell’epoca.

Anche lei fu vittima del nazionalsocialismo. Dovette svendere la sua fabbrica per pochi soldi e fuggire in Inghilterra. Nonostante i riconoscimenti ottenuti nella sua nuova patria, non raggiunse più il successo e la vena creativa che l’aveva contraddistinta  in Germania. 

Lucia Moholy-Nagy

non arrivò al Bauhaus di Dessau per studiare, ma si trovò lì per accompagnare il marito  Laszlo Moholy-Nagy, ungherese chiamato da Walther Gropius per tenere i corsi di  product design. Appassionata di fotografia, seguì un corso all’Accademia delle Belle Arti di  Lipsia. Successivamente fece diverse foto di documentazione al Bauhaus su richiesta di Walther Gropius. Le immagini più conosciute del Bauhaus sono sue. Walther Gropius le negò il copyright. Ci fu una causa giudiziaria che lei vinse.  Si battè sempre per far valere i suoi diritti come donna e come fotografa in un mondo che lei definì “ ancora molto patriarcale”. Nel 2019 per la prima volta le fu dedicata una mostra personale a Colonia.

Conclusione

Ci si può solo augurare che il processo di cambiamento e di consapevolezza sia continuo e costante. Visto ciò per cui hanno lottato queste donne è un modo per riconoscere che il loro lavoro non è stato fatto inutilmente. Sia esso il design, l’architettura, la moda o l’arte. Ci saranno sempre altre donne, innovatrici ardite che terranno teso quello stesso filo rosso partito da Dessau tanti anni fa.

Fonti:

Patrick Rössler, Bauhaus Mädels/A tribute to pioneering women artists, Taschen Verlag

A cura di Ann Coxon, Briony Fer e Maria Müller-Schareck, Anni Albers, Hirmer Verlag

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