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Gender Gap,sessismo e patriarcato negli ospedali

Hanna ha 22 anni, studia alla facoltà di Medicina di Lipsia e come altre studentesse e studenti della sua facoltà ha fatto esperienza di tirocinio in ospedale. “I pazienti mi dicevano ‘Mia moglie sarebbe gelosa nel sapere che mi lavi le parti intime’ . L’ho vissuto come una violenza, ma per i medici tutto questo era normale” .

 A colloquio con Hanna N.

Strutture rigidamente gerarchiche, atteggiamento paternalistico, palpeggianti e battutine. Essere donna e al contempo far parte del personale ospedaliero ancora oggi non è facile. Medica o infermiera, una donna resta nella considerazione di molti un “corpo estraneo” alla comunità scientifica, con un ruolo di ancella e non di titolare di un “sapere”. La battaglia di genere, iniziata decenni fa, non è ancora finita. Hanna N. studia per diventare medica e in questa intervista racconta la sua esperienza in uno dei (tanti, troppi) luoghi simbolo del potere maschile.

Hanna, si dice che negli ospedali tedeschi (e non solo tedeschi) per quanto concerne l’emancipazione ci sia ancora la stessa atmosfera di 80 anni fa.  Sciovinismo e sessismo sono all’ordine del giorno.  Esiste oggi tra gli studenti e le studentesse una maggiore consapevolezza  che comporti solidarietà, e una resistenza per fare un fronte comune verso questa situazione?

Rispondo alla tua domanda da una percezione molto soggettiva, perché conosco e sperimento tutto questo solo attraverso gli occhi della mia generazione. Posso dire che già qualche decennio fa esisteva una resistenza politica che si esprimeva attraverso i movimenti contro le strutture patriarcali. Chi studia oggi trova dunque una situazione più facile e questo grazie al lavoro fatto dalle generazioni che ci hanno preceduto. La società, a molti livelli, si è aperta maggiormente alla critica e alla partecipazione. Oggi possiamo trovare più facilmente il coraggio per la nostra resistenza, non vogliamo più tollerare strutture obsolete e discriminatorie. Forse si può dire che la resistenza anti-sessista ha trovato ormai un posto nei “salotti buoni”. Nelle università si formano gruppi che affrontano il tema del sessismo e della salute. A Lipsia ci sono gruppi come  fem*med e MitSicherheitVerliebt  che cercano di diffondere questo argomento tra gli studenti. Sono però soprattutto gli studenti di Medicina FLINTA* poiché direttamente coinvolti , che portano avanti concretamente  il cambiamento.

Tu sei mai stata trattata in modo sessista da quando hai iniziato gli studi?

Prima di trasferirmi a Lipsia per via dell’ università  ho fatto, come tutti i miei compagni di studi, tre mesi di tirocinio infermieristico in un ospedale. Ho vissuto la quotidianità di reparto ogni giorno con entusiasmo e ho imparato una grande quantità di competenze mediche, cercando di assimilarle il più possibile. Tra le nuove esperienze c’è stata purtroppo anche la scoperta che gli apprezzamenti molesti o volgari per il mio essere donna non si fermano fuori dall’ ingresso dell’ ospedale. C’erano pazienti per esempio che dicevano che le mogli si sarebbero ingelosite sapendo che una bella ragazza come me era lì per lavare le loro parti intime. Osservazioni decisamente fuori luogo. In modi simili ho subito sessismo quasi quotidianamente, e sempre da parte di uomini di una certa età. In questi casi, a chi ci si rivolge?

La reazione comune è : “guarda che è normale che succeda, non si deve prendere la situazione seriamente, non bisogna controbattere, sono tutto sommato delle persone ricoverate”. Manca appunto la consapevolezza che queste cose non capitano solo a qualcuna ogni tanto, ma fanno parte di un problema strutturale. Spesso non esiste uno spazio sicuro per lo scambio di questo tipo di esperienze e per opporsi a questo stato delle cose. Anche da parte di medici ho dovuto sentire spesso commenti sul mio aspetto, sul fatto di avere figli, o scherzi per nulla  divertenti su come le donne siano “incompetenti” e “poco adatte “ad occupare posti di dirigenza.

E non sono la sola. Tutte le mie compagne hanno fatto esperienze simili. Solo, a chi ci si rivolge? E la reazione è nuovamente questa : “guarda che è normale, non te la devi prendere così seriamente, non controbattere, in fin dei conti sono i tuoi superiori.” E da questi superiori dipende la mia carriera all’interno di un ospedale. Io come studentessa mi trovo al gradino più basso della scala gerarchica dell’ospedale.

Credi che la cultura/struttura patriarcale negli ospedali cambierà? Quali mezzi concreti potrebbero essere utili?

Si, credo che cambierà.  Si deve credere in ciò per cui si lotta. Altrimenti tutto sarebbe molto più frustrante e ci si darebbe subito per vinti. Però è davvero sconfortante constatare come le istituzioni mediche siano impermeabili al cambiamento mentre ufficialmente  sbandierano il messaggio di mirare al progresso. Le gerarchie rigide non facilitano il processo di trasformazione verso le pari opportunità. E’ legittimo chiedersi perché mai coloro che prendono le decisioni  dovrebbero modificare un sistema da cui sono i primi a trarne profitto. Per loro, a ben guardare, non ci sarebbe alcun vantaggio né interesse ad abbandonare posizioni di potere. Ma, come ho già accennato, sta crescendo sempre più una consapevolezza nei confronti di una discriminazione esistente, una discriminazione che è strutturale. È quindi prevedibile che con un cambio generazionale si avrà una rottura di queste strutture. Ma questo però richiede ancora un po’ di tempo mentre il cambiamento serve adesso.

Vorrei che il comportamento sessista di superiori e colleghi avesse delle conseguenze. Perché questo accada è necessario che ci sia la possibilità di segnalare e denunciare i fatti. Il settore della sanità non va considerato slegato dal resto della società.  Una struttura di awareness, come quella oggi molto diffusa nel settore dello spettacolo, sarebbe utile negli ospedali. Un’altra possibilità potrebbe essere data da corsi di aggiornamento orientati sulle diverse forme di discriminazione e in generale sulla stigmatizzazione pubblica del tema. Corsi di formazione che siano obbligatori per tutti gli operatori del settore sanitario. Il cambiamento è possibile, anche se è difficile fino a quando esisteranno patriarcato e capitalismo.

Da anni i programmi di tutte le università sono pensati e gestiti da uomini e fatti in base alle loro esigenze.  Credi che oggi sia ancora così? Si possono cambiare?

All’ università abbiamo delle docenti straordinarie, ma nell’insegnamento si verifica quello che si vede nel sistema ospedaliero. La mia docente di Biochimica è una donna, però le posizioni ai vertici del sistema universitario come i professori associati, i professori ordinari, i decani, sono da decenni saldamente in mano a uomini.

Non voglio insinuare che i docenti maschi di norma non mettano mai in discussione i programmi da loro proposti e non diano alla medicina di genere lo spazio che le spetta. Finora però non l’abbiamo mai visto fare. Due anni fa c’è stata l’occasione di offrire una lezione nell’ ambito di una piattaforma rivolta ad argomenti fino a quel momento completamente ignorati, con una lezione di medicina sessuale. Alcuni termini però sono stati usati in modo equivoco. Sono mancati i riferimenti importanti adatti al contesto e molti temi inerenti alla medicina di genere non sono stati neanche introdotti. Dopo tutto una lezione di questo tipo può essere un’opportunità per preparare noi studenti a un trattamento adeguato e mirato di tutti i sessi.

Per questo un gruppetto del mio semestre si è rivolto alla docente. Ci è stato subito messo in chiaro che il margine lasciato nel programma di studio è purtroppo molto limitato. Per non parlare di cambiamenti più consistenti e fondamentali. I comuni libri di testo che sono la base per dare gli esami IMPP (Istituto per le domande di esame di Medicina e Farmacia) sono stati adeguati solo successivamente. Se nei tanti siti ufficiali online inserisco la parola “Medicina di genere”,  la mia ricerca non trova alcun risultato. Anche nei libri di anatomia si trovano termini superati come vergine, imene, labbra, fessura. Un’immagine completa del clitoride non si trova. Per questo c’è gente che si laurea in medicina e crede che il clitoride sia una piccola protuberanza in cima alle labbra. I contenuti dei manuali avrebbero quindi bisogno di essere rivisti.

Negli ultimi anni la Medicina di Genere è stata sempre più al centro della discussione pubblica. Nel 2019 Vera Regitz-Zagrosek ha fondato il primo Istituto per la Medicina di Genere alla clinica Charitè di Berlino. Com’è la situazione nella tua università a Lipsia?

Ogni Università di medicina ha il suo corso di studi con proposte differenti a seconda della città dove si trova. Quella di Berlino si occupa esplicitamente di medicina di genere A Lipsia, la città dove vivo, questo corso non c’è. È stato fatto un primo passo l’anno scorso quando è stato proposto un corso online dedicato a questo argomento. Potrebbe essere un buon inizio.

Però, come spesso accade, il corso non obbligatorio sulla medicina di genere non raggiunge un pubblico molto vasto. La tendenza è: chi si occupa di questo argomento lo fa perché ha voglia di aggiornarsi. Esiste infatti una consapevolezza per questo. Ma, soprattutto in futuro, sarà un tema rilevante per tutti noi e presto o tardi ne verremo tutti a contatto. Per questo trovo che l’accesso a questo argomento dovrebbe essere più facile e immediato possibile e rivolto a tutti. La nascita dell’Istituto di Medicina di Genere alla Charitè rappresenta un segnale positivo da parte delle istituzioni pubbliche e fa sperare che altre città seguano presto esempio. A Bielefeld è stata creata recentemente una nuova facoltà di Medicina che include una cattedra di Medicina di genere.

Quello che tu auspichi sarebbe sufficiente?

Molti si augurano anche un cambiamento rivolto alla struttura dei programma di studi. La forma rigida dei seminari rende infatti difficile, se non impossibile, proseguire lo studio universitario senza un grande perdita di tempo per chi ha degli impedimenti temporanei o una gravidanza in corso. Durante il percorso di studi  (pre-clinica) si è obbligati a seguire il corso di autopsia e a fare tirocinio in laboratorio. Chi è in gravidanza in certi casi non può parteciparvi per motivi di sicurezza. Siccome questi corsi sono entrambi obbligatori per accedere  ai corsi dei semestri successivi, si perdono anche questi ultimi, persino  quando la gravidanza e l’aspettativa sono già finite. Si perde così più tempo di quanto sarebbe necessario. Vedo però, nonostante tutto e anche se a piccoli passi, un’andamento nella direzione giusta.

I docenti, poiché godono di una certa flessibilità nella gestione del loro insegnamento, potrebbero integrare nelle loro lezioni e seminari contenuti di medicina di genere e nuove conoscenze nel campo della medicina sessuale. Inoltre servono esperti che integrino il loro sapere. I programmi devono essere equi e flessibili per gli studenti, e adattabili alle loro diverse situazioni di vita personale. Presto i libri di anatomia verranno riscritti. La medicina di genere sarà parte integrante del programma di studi e la transessualità non sarà più dichiarata una patologia, tanto per farci sognare ad occhi aperti.

Raramente  le donne occupano posizioni di vertice. sia nelle università che negli ospedali Questo dato di fatto è così radicato nel tempo da essere ritenuto normale. Credi che la quota femminile cambierà qualcosa? Quali alternative sarebbero ragionevoli e accettabili per entrambi i sessi?

L’ideale sarebbe non aver bisogno di una cosiddetta quota femminile. Però, siccome il sistema è quello che è, una quota potrebbe essere uno strumento utile , soprattutto per ciò che riguarda i posti da dirigenti che godono di una retribuzione  migliore. La situazione oggi è paradossale: da qualche anno la percentuale di donne alla facoltà di Medicina supera il 60%, ma la quota di capo-dipartimento donna è solo del 31% e quella dei direttori medici donna del 10%.

Ufficialmente in Germania vigono le pari opportunità. Ma c’è il problema del soffitto di cristallo: processi e fattori invisibili che di fatto bloccano le donne nella loro scalata ai piani superiori. Ovvio che le scelte vadano fatte in base alla competenza, ma a condizioni paritarie. Una quota donna ha un effetto sostenibile, ma arriva un punto in cui non serve più,  perché spesso i primari maschi sostengono aspiranti medici maschi. E’ questo soprattutto che bisogna cambiare. Un’altra misura utile da adottare sarebbe quella di offrire orari di lavoro flessibili e un servizio di asilo per non escludere categoricamente le (future) mamme dalla potenziale ascesa professionale. In alcuni ospedali questo già esiste.

Ancora troppo di frequente viene attribuita alle donne l’esclusività dell’accudimento dei figli – e questo generalmente coincide con l’età in cui inizia la carriera all’interno di un ospedale. Alla fine le quote determinano una maggiore rappresentatività. La quota-donna sarà una parola chiave per iniziare a scalfire l’immagine del primario d’ ospedale sempre maschio e dell’infermiera sempre femmina.

È statisticamente provato che le operazioni eseguite da donne chirurghe in media hanno esiti migliori rispetto a quelle realizzate dai colleghi maschi. Anche la fase post-operazione viene superata meglio se sono medici donna ad assistere il paziente, perché sanno prestare più attenzione e ascoltare. Molte donne però (ed anche uomini) preferiscono comunque essere operate da un uomo perché dà loro maggior senso di sicurezza. Tuttavia le pazienti più giovani sono generalmente indifferenti al sesso. La cosa importante è che la persona che opera sia competente. Anche qui occorre forse prima un cambio generazionale?

La figura classica del medico corrisponde a una persona competente, esperta, abile, che trasmette una sicurezza innata. Le ragioni risiedono non ultimo nel modo in cui la società contribuisce a coltivare più autostima verso gli uomini. Si incentiva infatti un comportamento sicuro di sé anche nei confronti dei pazienti. Tutto ciò non si neutralizza con le caratteristiche con cui è stata socializzata la maggior parte delle donne: accudimento, gentilezza e sensibilità. Questo ha un effetto molto positivo sul processo di guarigione e sulla fiducia verso il medico. Non risponde però all’immagine classica del “dio in terra in camice bianco”, inavvicinabile e che non mette mai in dubbio il suo operato.  Una figura che molte persone anziane hanno interiorizzato.

Per le generazioni più giovani è normale essere operati da donne perché sono sempre più frequenti i medici-donna. Queste generazioni hanno interiorizzato un’immagine diversa. I risultati terapeutici parlano da sé. Spero quindi che non sia necessaria un’altra generazione perché cambi la percezione che si ha verso le donne nel mondo della medicina.

Le società farmaceutiche non hanno ancora adottato misure per testare i medicinali anche sulle donne. I Test sono troppo costosi e i risultati sono troppo inaffidabili, poiché a causa del ciclo e della menopausa le donne sono più difficilmente catalogabili per la ricerca. I dosaggi indicati sulle confezioni dei medicinali sono stati testati su uomini bianchi e di robusta costituzione. Un medicinale utile per un uomo può essere molto nocivo per una donna. Sei dell’opinione che lo Stato oggi abbia bisogno di leggi affinché le lobby farmaceutiche   cambino i loro metodi di produzione e ricerca?

In fondo si tratta di salvaguardare la vita e la salute di persone biologicamente non di sesso maschile. L’effetto differenziato dei medicinali incide più di quanto si possa immaginare.  Prendiamo per esempio l’Aspirina, un medicinale largamente diffuso come fluidificante del sangue e analgesico. Si è scoperto che l’assunzione dell’ Aspirina per gli uomini può prevenire gli infarti, mentre per le donne riduce il rischio di ictus.

Conoscenze di questo tipo sono fondamentali. Noi consumatori non possiamo assumerci la responsabilità di raccogliere informazioni su ogni medicinale che ci viene prescritto per accertare se, eventualmente, sia stato prodotto espressamente per il nostro corpo o si siano riscontrate persino complicazioni. La ricerca non si fa da un giorno all’altro ed è spesso un processo di grande complessità. I risultati più recenti nel campo dei vaccini contro SARS-Cov-2 mostrano però che anche in un breve intervallo di tempo si possono ottenere ottimi risultati. Non sono un’esperta nel campo della ricerca, ma credo che dipenda molto dalla priorità di cui gode una certa tematica. Una trasformazione è sempre connessa a uno sforzo e quindi a un costo maggiore. Per questo non sono sicura che il cambiamento possa avvenire con la pura fiducia in una scelta volontaria – o almeno non nei tempi che una medicina sensibile al genere richiederebbe. Per questo sarebbe utile avere una legge chiara sull’argomento.

*** Nota: in questo testo si utilizza la lingua binaria. Ci tengo a precisare che nonostante ciò esistono più di due generi e che anche in questo contesto (l’ospedale) – specialmente – le persone non binarie subiscono discriminazione e stigmatizzazione.

Hanna N. è nata il 04/02/2000, studia Medicina a Lipsia, i suoi hobby sono la musica elettronica e il basket.

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